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Pagina aggiornata al 18/06/2017

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Facciamo chiarezza tra assegno di mantenimento e assegno divorzile:

C’è da rilevare come separazione e divorzio implicano uno stato di fatto e di diritto completamente diversi, poiché i coniugi separati restano, fino alla pronuncia del divorzio, marito e moglie.
Orbene, la decisione della Corte di Cassazione n.11504 del 2017, che ultimamente ha sentenziato sull’assegno divorzile sicuramente è ben diversa e parla di altro rispetto alla sentenza n. 12196 della prima sezione civile della Cassazione dello scorso 16 maggio , la famosa sentenza sul caso Berlusconi ; infatti quest’ultima sentenza non riguarda l’assegno divorzile, bensì l’assegno di mantenimento in corso di separazione. Ed infatti – come osserva la Suprema Corte – c’è una profonda differenza tra il dovere di assistenza materiale tra coniugi nell’ambito della separazione personale e gli obblighi correlati alla solidarietà post coniugale nel giudizio di divorzio.  Durante la separazione rimane il vincolo coniugale, e con questo il dovere di reciproca assistenza, con l’effetto che il coniuge economicamente più debole ha diritto a vedersi garantito il tenore di vita goduto anteriormente.  Pertanto nella separazione sul coniuge più abbiente permane il dovere di assicurare all’altro lo stesso tenore di vita tenuto in precedenza.  È per questo motivo che la Suprema Corte ha confermato la sentenza con cui la Corte d’appello di Milano, nel 2014, aveva quantificato l’assegno mensile di mantenimento a favore di Veronica Lario, in  due milioni di euro,  riducendolo rispetto ai tre milioni stabiliti dalla sentenza di separazione emessa dal Tribunale di Milano.
Al contrario, il divorzio recide, in modo definitivo, i rapporti tra i coniugi, compresi quelli di carattere economico e patrimoniale.
E in tal senso la sentenza della Cassazione n.11504/2017 dà una svolta epocale per l’attuazione di una concreta parità nell’ottica della ratio socio-giuridica dell’assegno divorzile, adeguandosi al contesto normativo europeo , in aderenza all’art. 12 della CEDU e all’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Cambia il parametro da cui dipende l’assegno divorzile: non sarà più rappresentato dal tenore di vita matrimoniale, bensì, in conformità alla sua natura assistenziale, si baserà sulla valutazione dell’indipendenza o dell’autosufficienza economica dell’ex coniuge che ne richieda la corresponsione.
Sostiene infatti la Corte che “una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali”; pertanto viene a cadere quel reciproco dovere di assistenza morale e materiale sancito dall’art. 143 secondo comma c.c. e quindi il diritto all’assegno divorzile, previsto dalla normativa vigente, è condizionato all’accertamento giudiziale della mancanza di mezzi adeguati dell’ex coniuge richiedente o, comunque, dell’impossibilità dello stesso di procurarseli per ragioni oggettive.
Precisa pertanto la Corte che la ratio del diritto all’assegno divorzile è prettamente assistenziale e si basa sul dovere costituzionalmente garantito di solidarietà economica ex art. 2 della Costituzione correlato al suo articolo 23 ed il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi “uti singuli”, a salvaguardia della persona economicamente debole, derivante dalla solidarietà ex coniugale.
Pertanto il parametro di riferimento per verificare se sussista o meno il diritto all’assegno divorzile va individuato nel raggiungimento dell’indipendenza economica del richiedente: se è accertato che  è economicamente indipendente o è in grado di esserlo , non deve essergli riconosciuto il corrispondente diritto.
Secondo la Suprema Corte infatti il parametro del tenore di vita  si scontra con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi relativi effetti giuridici: con la sentenza che sancisce il divorzio il rapporto matrimoniale si estingue in toto, sia sul piano personale che su quello economico-patrimoniale; pertanto il parametro del tenore di vita matrimoniale finirebbe con il sancire una “indebita ultrattività” del vincolo matrimoniale, producendo il risultato  aberrante  di procrastinare sine die  il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale.

È una sentenza che tiene conto del mutamento dei tempi e delle condizioni socio-economiche della nostra epoca, ma soprattutto del fine essenziale del rapporto di coniugio, che deve essere in primis comunione di intenti e condivisione di vita e non può essere considerato una mera opportunità di sistemazione economica su cui si possa adagiare uno dei due coniugi.

 

 

Diritto all'assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne anche se rifiuta un lavoro precario per ultimare un corso di studio post-universitario:

Sentenza del Tribunale di Roma Prima sezione civile del 16 dicembre 2016 (Presidente Mangano-Relatore Velletti).

MASSIMA:

In caso di divorzio il genitore, onerato dell’assegno di mantenimento a favore di una figlia maggiorenne, non ne ottiene la revoca se la figlia rifiuta un posto di lavoro precario e non rispondente alle proprie aspirazioni per ultimare un percorso di studio post universitario, con percezione di borsa di studio.

IL CASO:

In un procedimento di cessazione degli effetti civili del matrimonio il ricorrente Tizio chiedeva ed otteneva, in occasione dell’udienza presidenziale, la riduzione ad euro 800,00 dell’assegno di mantenimento per una delle due figlie maggiorenni, in quanto la stessa percepiva borsa di studio per un dottorato.
Successivamente, Tizio, in sede istruttoria, modificava la propria domanda chiedendo che venisse revocato l’assegno di euro 800,00 euro mensili versato a favore della figlia maggiorenne, motivando che la stessa avrebbe rifiutato una offerta di lavoro a tempo determinato della durata di un anno e del complessivo compenso di circa 36.000,00 euro.
La prima sezione civile del Tribunale di Roma rigettava la domanda di Tizio rilevando che il mantenimento dei figli è finalizzato al raggiungimento dell’indipendenza economica della prole, tenendo conto delle loro aspirazioni, da valutarsi in concreto, nella loro peculiarità.
Osservava il Tribunale che il rifiuto della figlia di Tizio era giustificato dalla necessità di concludere l’importante percorso triennale di studi avviato all’estero e, altresì, dalla durata di un solo anno del contratto di lavoro a tempo determinato, che la giovane aveva rifiutato. Pertanto veniva posto a carico di Tizio un assegno di mantenimento a favore della figlia dell’importo di euro 400,00, ritenuto congruo in considerazione della borsa di studio che percepiva e delle minori spese per l’alloggio che la stessa doveva affrontare nell’ultimo periodo di dottorato.

LA QUESTIONE:

La questione in esame è la seguente: accertato in una causa di divorzio che una delle due figlie maggiorenni aveva rifiutato un posto di lavoro precario della durata di un solo anno   al fine di proseguire dei prestigiosi studi con percezione di borsa di studio il genitore che elargisce l’assegno di mantenimento può legittimamente ottenere la revoca di tale assegno che corrisponde alla figlia?

LE SOLUZIONI GIURIDICHE:

Il diritto al mantenimento dei figli maggiorenni da parte dei genitori scaturisce dal combinato disposto dell’articolo 30 della Costituzione e degli artt. 147, 315 bis e 337 septies del codice civile; quest’ultimo, in particolare, stabilisce che in sede di separazione o divorzio il giudice, esaminato il caso, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico.
Secondo la dominante Cassazione (V. Cass. 26 gennaio 2011 n. 1830) l’obbligo cessa non solo con il raggiungimento dell’autosufficienza economica da parte della prole, ma anche quando i figli, posti nelle condizioni di raggiungere l’autonomia economica, abbiano opposto rifiuto ingiustificato a delle opportunità di lavoro.
Ma non qualsiasi attività lavorativa rifiutata fa venir meno l’obbligo del mantenimento, perché si deve trattare di un impiego che faccia percepire un reddito stabile e corrispondente alla professionalità acquisita.
 Per  pacifica giurisprudenza di legittimità ( V. Cassazione sezione VI ordinanza n. 7168/2016)   tale obbligo a carico del genitore  cessa  ove il figlio maggiorenne, benché posto nelle condizioni di addivenire ad una autonomia economica, si sia sottratto volontariamente  allo svolgimento di una attività lavorativa  adeguata e corrispondente  alle sue attitudini  professionali ovvero quando, posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, non ne abbia  tratto nessun  utile profitto per sua colpa o per sua scelta.
Per orientamento giurisprudenziale costante la coltivazione delle aspirazioni del figlio maggiorenne che intraprende un percorso di studi per il raggiungimento di una migliore posizione professionale adeguata alle sue attitudini non fa venir meno il dovere al mantenimento da parte del genitore.

La sentenza in commento ha pertanto rigettato la richiesta del padre di revoca dell’assegno a favore della figlia, rilevando che, da una parte, la ragazza, che percepiva una borsa di studio, coltivava delle importanti aspirazioni per il futuro e stava seriamente affrontando un prestigioso percorso di studio, dall’altra, il lavoro rifiutato era molto  precario e non consono alle sue aspirazioni ed attitudini professionali.

OSSERVAZIONI:

Finalità dell’assegno di mantenimento a favore dei figli maggiorenni è quello di tutelare il loro diritto costituzionalmente garantito ad esplicare e promuovere la propria personalità in base alle proprie attitudini ed aspirazioni, continuando quei percorsi di studio e di specializzazione intrapresi al fine di raggiungere la propria meta professionale.
La maggiore età non costituisce pertanto uno spartiacque che preclude al figlio di poter usufruire dell’assegno di mantenimento e continuare la propria istruzione, secondo i propri programmi.
In base al combinato disposto degli articoli 147, 315 bis e 337 septies c.c. il mantenimento del figlio è un obbligo che i genitori hanno in solido, e, nel loro rapporto interno, come determinano le norme di riferimento ricordate, lo suddividono in proporzione alle proprie sostanze patrimoniali e alla capacità lavorativa.
Il genitore per liberarsi dell’obbligo di mantenimento deve provare che il mancato svolgimento di una attività economica del figlio dipende da un suo atteggiamento di inerzia lavorativa o da un suo rifiuto arbitrario di accettare offerte di lavoro all'altezza delle sue attitudini.
Ma nel caso in esame la figlia maggiorenne non aveva rifiutato nessun lavoro consono alle sue aspettative, bensì un semplice lavoro precario, dalla durata predefinita di un solo anno e non conforme alla alta professionalità della giovane, che stava ultimando un corso di eccellenza post universitario, usufruendo, altresì, di una borsa di studio.
D’altra parte il genitore richiedente la revoca dell’assegno non aveva provato nulla che potesse giustificarla. Pertanto non poteva venire meno il dovere di mantenimento da parte del genitore solo perché la figlia maggiorenne  aver continuato un corso di alta specializzazione per il suo futuro piuttosto che accettare un lavoro  non soddisfacente per le sua aspirazioni e  della durata di un solo anno.
I genitori, in base alla normativa vigente e alla ratio giuridico - teleologica che permea la condotta parentale,  devono  supportare i progetti per il futuro della prole e continuare a contribuire al mantenimento dei figli, anche se maggiorenni, nel precipuo fine di aiutarli concretamente a realizzarsi secondo le loro attitudini e le loro aspirazioni, in modo che possano raggiungere  una idonea indipendenza economica consona al livello della loro professionalità acquisita, realizzando in maniera concreta e autentica la loro personalità nella loro pienezza, in conformità con i principi statuiti dagli articoli 2 e 30 della nostra Costituzione.

 

Prescrizioni ai genitori di percorsi terapeutici individuali e di coppia:

Secondo la sentenza della Corte di Cassazione n. 13506 del 2015 il Giudice non può imporre ai genitori immaturi percorsi psicoterapeutici individuali e di coppia. Infatti la Cassazione ha affermato che “la prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostegno alla genitorialità da seguire insieme è lesiva del diritto alla libertà personale costituzionalmente garantito e alla disposizione che vieta l’imposizione, se non nei casi previsti dalla legge, di trattamenti sanitari”.
Ed infatti, in base a tale sentenza, tale tipo di prescrizioni viola sia il principio della libertà personale tutelato dalla Costituzione, sia l’art. 32 secondo comma della stessa, atteso che finisce per condizionare comunque le parti ad effettuare un trattamento sanitario.
Pertanto la Cassazione revoca la disposizione impartita dalla Corte di Appello di Firenze a una coppia di genitori di sottoporsi a un percorso psicoterapeutico onde realizzare la propria maturità personale, rilevando che una simile decisione non può che rientrare esclusivamente nell’ambito del loro diritto di autodeterminazione, che non può subire condizionamenti e imposizioni di qualunque sorta.
Pertanto secondo la suprema Corte, sebbene una simile prescrizione possa essere ritenuta dal Giudice come extrema ratio per aiutare la coppia a formarsi quali idonei genitori, non si può decidere di impartirla loro, a titolo di invito, ma, di fatto, a mo’ di un trattamento sanitario obbligatorio in difformità a quanto sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione.
E sostiene ancora la Corte che la finalità di un simile percorso psicoterapeutico-  che deve rimanere estraneo al giudizio- è quella di realizzare una crescita e maturazione personale genitoriale ed attiene esclusivamente alla sfera del diritto di autodeterminazione dei singoli genitori.
Successivamente a questa sentenza della Suprema Corte abbiamo delle sentenze di merito, sia del Tribunale di Roma che di quello di Milano che se ne discostano alquanto, cercando di fornire una interpretazione delle prescrizioni psicoterapeutiche ai genitori, che si distacchi da una mera imposizione od obbligo che li possa tacciare di anticostituzionalità.
La prima sentenza è quella del Tribunale di Milano del 15 luglio 2015 (Pres. Servetti, Est. Rosa Muscio). Nel caso di specie una ctu aveva evidenziato che nella coppia genitoriale sussisteva una inadeguata capacità di “cogliere nel profondo le emozioni della figlia e di rispondere ad esse in maniera appropriata”, paventando che la minore si stesse evolvendo verso una struttura di personalità problematica. Per superare le criticità genitoriali e la loro situazione personologica, il Tribunale indicava al padre e alla madre della minore un percorso di supporto genitoriale.
A tal uopo il Tribunale di Milano, citando preliminarmente la sopracitata sentenza della Corte di Cassazione, onde giustificare la propria decisione difforme, sosteneva che non intendeva imporre ai genitori tale supporto, ma semplicemente li onerava di ciò, argomentando che il Collegio, nell’interesse preminente della prole, segnalava alle parti la necessità di intraprendere determinati percorsi di supporto personale anche di tipo terapeutico.
E il Tribunale ancora afferma che la libertà personale di autodeterminazione e di scelta sulla propria salute di chi è genitore incontra pur sempre un limite nel diritto del figlio minore ad una sana e consapevole crescita, diritto di rango anche questo costituzionale , garantito, altresì, da convenzioni comunitarie ed internazionali e che  , quindi , il Tribunale deve tutelare.
Pertanto  il Collegio sostiene che si tratta di un “invito rivolto ai genitori, che, per quanto rimesso alla libertà di scelta dell’adulto genitore, è pur sempre in funzione della tutela dell’interesse e dell’equilibrio psicofisico  del figlio minore e potrà avere delle conseguenze per il genitore non responsabile tutte le volte in cui le sue libere legittime scelte si traducano in comportamenti pregiudizievoli per il figlio”  E qui il tribunale di Milano cita gli articoli 337 ter c.c. e 333 c.c. per evidenziare in maniera esplicita i provvedimenti che nel caso di specie potranno essere adottati nei confronti de genitori che non ottemperino all’invito effettuato dal Collegio giudicante.
Una successiva pronuncia della prima sezione civile del Tribunale di Roma del 13 novembre 2015 (Pres. Mangano, rel. Galterio) prescrivendo un percorso terapeutico ad una coppia genitoriale problematica, dichiara che la prescrizione terapeutica si traduce nel caso di specie nell’unico strumento disponibile da parte del giudice per il superamento della conflittualità genitoriale , affinché sia garantita l’equilibrata crescita del minore, nel rispetto del suo diritto alla bigenitorialità. Sostiene il Tribunale che, benché sia consapevole del diverso orientamento della Cassazione , non crede che tale disposizione sia in contrasto con i dettami costituzionali , atteso che si tratta di un “onere” e che pertanto, essendo prevista nell’interesse dello stesso onerato, non è obbligatoria ed è  priva di conseguenze sanzionatorie personali , nel caso in cui rimanga inattuata, “ricadendone semmai gli effetti sul regime di affido..”nell’interesse preminente di una sana crescita del minore.
Recentissimo è poi il decreto del Tribunale di Milano sez. IX dell’11 marzo 2017 (Pres. Amato , est. G. Buffone). Con tale provvedimento viene prescritto alla coppia genitoriale un percorso di sostegno e di cura nell’esclusivo interesse della figlia minore. Nel caso che ci occupa la bambina aveva assunto come proprio il pensiero materno dicotomico, dove sul padre veniva riversata ogni colpa, mentre la madre era esente da ogni responsabilità.
Assume il Collegio “la situazione attuale di figlia può ricondursi anche all’attuale situazione della madre, la quale all’esito degli accertamenti, è emerso accusare un deficit di mentalizzazione e una distorta lettura della realtà. Causa centrale del rifiuto della bambina e dell’immagine rigidamente negativa che figlia ha del padre è la madre che, consciamente o inconsciamente, ha inevitabilmente e costantemente trasmesso alla figlia i propri distorti convincimenti negativi, paurosi e pericolosi sulla figura paterna...”  E allora il Tribunale afferma che è necessario procedere a prescrizioni psicoterapeutiche e di sostegno per i due genitori. A tal uopo, citando la sentenza della Corte di Cassazione del 2015 che ha sostenuto essere inammissibili le prescrizioni rivolte ai genitori, nonché le sopracitate sentenze di merito del Tribunale di Milano e di quello di Roma, alle quali ultime aderisce il Collegio giudicante, afferma che la libertà di autodeterminazione e di scelta sulla salute del genitore, sebbene afferenti a diritti di rango costituzionale, trovano però il limite nel diritto del minore ad un percorso di  sana e matura crescita, anche questo diritto di rango costituzionale , altresì tutelato da convenzioni comunitarie ed internazionali e che è “compito del tribunale in ogni caso assicurare attraverso provvedimenti incidenti sull’esercizio e/o sulla titolarità della responsabilità genitoriale. Ciò nella misura in cui interventi di supporto  anche di tipo terapeutico potrebbero consentire, se seguiti , ad uno o ad entrambi i genitori di superare le proprie fragilità e criticità personali e di conservare integra la propria responsabilità genitoriale”.
Anche tale decreto, come i due precedenti provvedimenti di merito citati, fa rilevare che si tratta comunque di un invito e non di un obbligo imposto alla coppia genitoriale, però si sottolinea che , sebbene sia un invito giudiziale rimesso alla libertà di scelta del genitore, è pur sempre finalizzato all’equilibrio psicofisico e all’interesse preminente del figlio minore e, pertanto, può avere serie conseguenze per il genitore che non accoglie tale invito tutte le volte in cui le sue “libere legittime scelte si traducano in comportamenti pregiudizievoli per il figlio “ , con tutte le conseguenze ex artt. 337 ter c.c. e 333 c.c..
In particolare la madre alienante veniva invitata ad effettuare interventi di supporto psicologico–psichiatrico, oltre che di supporto alle genitorialità insieme con l’altro genitore, al fine di eliminare la dispercezione delle realtà che aveva e prendere così coscienza delle proprie difficoltà personali e dei  distorti convincimenti sull’ex coniuge, dando così una realistica lettura alla minore della figura paterna . In difetto, la figlia minore, già affidata al comune di residenza, sarebbe stata collocata dall’ente affidatario in ambiente protetto e tolta alla madre.
Orbene una riflessione sorge spontanea: certamente è lodevole il fine ultimo dell’interesse preminente dei minori quale principio motore che conduce a  disporre per i genitori un percorso psicoterapeutico, ma ci si domanda se poi tale obiettivo in verità si raggiunga sul serio, atteso che i genitori intraprendono tale iter spesso, senza esserne motivati ,ma solo perché  sollecitati dal Tribunale, temendo di perdere l’affidamento, il collocamento della prole se non addirittura l’esercizio della responsabilità genitoriale.
E poi, anche motivato dall’interesse preminente dei minori, sia che sia invito, onere, o altro, in ultima analisi, nella sostanza, tale prescrizione dai genitori viene vissuta e sentita sempre come un obbligo sotto minaccia della sanzione di perdere il collocamento o l’affidamento della prole e, pertanto, in concreto, diventa l’impartizione di una sorta di trattamento sanitario obbligatorio in difformità dell’art. 32 secondo comma della nostra Costituzione.
Come sostiene la Cassazione il percorso di maturazione personale dei genitori e la loro assunzione di responsabilità consapevole in tanto potrà aversi in quanto liberamente avviata, affidata al loro diritto imprescindibile di autodeterminazione; se non sarà intrapreso liberamente, raramente potrà condurre a risultati positivi ed efficaci nel tempo.

 

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