Articoli dell'1/11/2012:

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Corte di Cassazione: Può essere condannato per maltrattamenti in famiglia chi offende la moglie che non lavora:

Per la Corte di Cassazione , con sentenza n. 40845/2012, è reato offendere la propria moglie che, non avendo un lavoro, non può contribuire al  mantenimento della famiglia. Lo ha deciso la Cassazione che ha confermato la condanna a 2 anni di reclusione comminata  dalla Corte di Appello di Lecce nei confronti di un  uomo di 48 anni per maltrattamenti in famiglia.
L'uomo in questione  spesso tormentava la moglie con appellativi offensivi , facendole pesare in maniera esagerata il fatto di non contribuire al menage familiare e di essere a suo carico in quanto ancora impegnata negli studi universitari. Inoltre alla donna era stata perpetrata dal marito  violenza sessuale nel periodo precedente alla separazione.
La decisione della Corte  poggia soprattutto sui "caratteri di ripetitività degli episodi di violenza morale e fisica", in quanto l’uomo era  "solito offendere la moglie rivolgendosi a lei con epiteti infamanti ed umilianti, facendole pesare di essere a suo carico non percependo un proprio reddito, si' da instaurare un regime di vita logorante, volto al continuo discredito della moglie, annientandone la personalità".
Per quanto attiene alla violenza sessuale la Cassazione fa rilevare che ciò che conta, al fine di configurare il reato, è "la sussistenza di un'offesa al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice, cioè la libertà di autodeterminazione in ambito sessuale", e non può "ritenersi rilevante il particolare contesto in cui è stata posta in essere, caratterizzata dall'esistenza di un rapporto coniugale fra la vittima e l'imputato, da poco tempo naufragato, e le motivazioni del tentativo di recuperare il rapporto matrimoniale, prese in considerazione dai giudici di appello per riconoscere l'attenuante".

Riconoscimento dei figli naturali e loro mantenimento:

La disciplina degli effetti del riconoscimento dei figli naturali si evince dal combinato disposto degli articoli 250, 258 e 261 del codice civile.
L'articolo 250 al primo comma sancisce che: “ il figlio naturale può essere riconosciuto sia dal padre che dalla madre, anche se uniti in matrimonio con altra persona all'epoca del concepimento. Il riconoscimento può avvenire sia congiuntamente che disgiuntamente ”.
La conditio sine qua non per poter procedere al riconoscimento, è la nascita del figlio al di fuori di un rapporto matrimoniale. Si tratta di un atto di natura non recettizia, caratterizzato dal requisito dell'irrevocabilità.
La dottrina considera l'atto di riconoscimento del figlio naturale come atto personalissimo e pertanto non suscettibile di rappresentanza.
Ciò che differenzia il riconoscimento effettuato ex articolo 250 cod. civ. dalla dichiarazione giudiziale di paternità è  l'elemento della volontarietà.
Sulla natura dell'atto di riconoscimento del figlio naturale, la dottrina nel corso degli anni ha prospettato diverse soluzioni e teorie; ad oggi la teoria prevalente attribuisce all'atto di riconoscimento la natura di atto di accertamento privato.
Il comma secondo dell'articolo 250 del codice civile, impone come condizione essenziale per il riconoscimento, l'assenso del figlio che ha già compiuto i sedici anni di età, mentre per il figlio di età inferiore è richiesto il consenso dell'altro genitore che abbia già effettuato il riconoscimento (3° comma).
La normativa vigente in materia, al fine di evitare rifiuti del consenso motivati da ragioni strumentali o da sentimenti di vendetta o di natura ricattatoria, ammette la possibilità per il genitore che è si visto opporre da parte dell'altro, il rifiuto al consenso al riconoscimento, di ricorrere al Tribunale per i Minorenni (procedimento di opposizione) al fine di ottenere, nel caso in cui venga accertato che il riconoscimento corrisponde all'interesse del figlio, una sentenza costitutiva che tenga luogo del consenso mancante.
Nel corso del Giudizio, sarà compito del Tribunale valutare in concreto l'interesse del minore, tenendo comunque in dovuta considerazione anche il diritto del genitore, costituzionalmente garantito, ad essere considerato tale.
Il riconoscimento volontario può essere effettuato nell'atto di nascita oppure, successivamente alla nascita, con un'apposita dichiarazione davanti ad un ufficiale dello stato civile o in atto pubblico o in un testamento.
L'atto di riconoscimento è di natura irrevocabile. Esso, ai sensi dell'articolo 256 cod. civ., nel caso in cui sia contenuto in un testamento, comporta il riconoscimento automatico del figlio, a decorrere dal giorno della morte del testatore, anche se il testamento è stato da quest'ultimo revocato.
La legge stabilisce espressamente come conseguenza del riconoscimento, l'assunzione da parte del genitore, di tutti i doveri e di tutti i diritti che egli ha nei confronti dei figli legittimi.
Tra gli obblighi primari del genitore c’è quello al mantenimento del figlio riconosciuto.
Ai fini della determinazione del quantum dell'assegno di mantenimento non si potrà non tenere conto delle sostanze e dei redditi del genitore obbligato. Per la quantificazione  dell'assegno di mantenimento a favore del figlio minore, le risorse economiche dell'obbligato hanno rilevanza anche  in funzione  delle esigenze del figlio, atteso  che si devono rispettare i suoi  bisogni e  le sue prospettive di vita.
L'obbligo al mantenimento, per giurisprudenza costante, decorre dalla nascita del figlio e non dall'atto del riconoscimento o della domanda giudiziale, poiché tale obbligo  non ha esclusivamente natura alimentare, ma sorge automaticamente per il fatto della filiazione e prescinde dallo stato di bisogno del minore.
Rammentiamo che il riconoscimento del figlio naturale comporta l'assunzione di tutti gli obblighi propri della procreazione legittima, ivi compreso quello del mantenimento e ciò a prescindere dalla circostanza che i genitori siano conviventi o dalle vicissitudini dei rapporti personali tra gli stessi.
Il genitore che per primo ha riconosciuto il figlio e che ha provveduto al suo mantenimento in via esclusiva, successivamente all'atto di riconoscimento da parte dell'altro genitore o alla sentenza di accertamento giudiziale di paternità, avrà il diritto di ripetere nei confronti di quest'ultimo (se inadempiente) una quota delle spese sostenute,  per applicazione analogica dell'articolo 1299 cod. civ, che stabilisce  il regresso tra condebitori solidali, quando l'obbligazione sia stata adempiuta da uno solo di essi, alla stregua del principio che deriva dall'articolo 148 (richiamato dall'articolo 261 cod. civ. per la filiazione naturale) che, prevedendo l'azione giudiziaria contro il genitore inadempiente, postula il diritto di quello adempiente di agire in regresso nei confronti dell'altro.
C’è da evidenziare poi che sono  frequenti contenziosi instaurati dinnanzi al Tribunale Ordinario (e non dei Minori), dal genitore che per primo ha provveduto al riconoscimento e al mantenimento del figlio, finalizzati ad ottenere dall'altro genitore naturale, la corresponsione di una somma periodica a titolo di mantenimento del figlio e una somma per il rimborso della quota parte delle spese sostenute dal genitore dalla nascita del figlio, sino alla sentenza di condanna.

Negli ultimi tempi la Giurisprudenza si è spinta sino a riconoscere il diritto del figlio o del genitore nell'interesse del primo, ad agire per la richiesta di risarcimento del danno esistenziale causato al figlio in conseguenza del comportamento del genitore inadempiente agli obblighi di assistenza morale e materiale, per lesione di diritti fondamentali della persona umana inerenti alla qualità di figlio minore.

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