Articoli del 15/07/2010:

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Nella scelta del genitore affidatario occorre sempre tenere in conto l’interesse preminente del minore:

Cassazione civile , sez. I, sentenza 04.06.2010 n° 13619.

Nella scelta del genitore affidatario è necessario  tenere in considerazione l’interesse preminente del minore, con specifico riguardo alle sue consuetudini di vita.

Lo ha stabilito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con la sentenza 21 aprile - 4 giugno 2010, n. 13619, con la quale ribadisce l’importanza della tutela dello sviluppo armonioso ed equilibrato della personalità del minore.

Ecco la sentenza:

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE - SEZIONE I CIVILE

Sentenza 21 aprile - 4 giugno 2010, n. 13619

(Presidente Luccioli - Relatore Cultrera)

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Bari, con decreto del 10 febbraio 2009, in accoglimento delle istanze proposte da D. C., ha inibito ad A. A., coniuge separato del ricorrente, di allontanare da **** la figlia minore G. che, affidata congiuntamente ad entrambi i genitori secondo gli accordi intervenuti in sede di separazione consensuale omologata in data ****, la predetta aveva portata con sé a ****, per ivi trasferirsi per esigenze lavorative, ed ha disposto che la minore fosse collocata non più presso la madre, come stabilito nel citato accordo, ma presso il padre, con diritto a regolare frequentazione della madre.

La decisione è stata impugnata dalla A. innanzi alla Corte d’appello di Bari che, con decreto n. 288 depositato il 29 luglio 2009 e notificato l’11 settembre 2009, ne ha disposto la revoca. Avverso questo decreto il C. ha proposto il presente ricorso per cassazione che ha affidato a due motivi resistiti dall’intimata con controricorso. Il ricorrente ha altresì depositato memoria difensiva ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

 

Motivi della decisione

Il primo motivo denuncia violazione dell’art. 111 Cost. per carenza assoluta di motivazione con riguardo al rigetto della domanda di collocamento della minore presso di sé.

Riepiloga la vicenda nella sua articolazione in fatto, e censura l’espressione usata dalla Corte territoriale laddove assume di non poter sanzionare il comportamento della madre, che pur aveva violato l’accordo raggiunto sull’affidamento della bambina, in violazione del principio della bigenitorialità.

La resistente replica al motivo deducendone l’infondatezza.

Il motivo è inammissibile.

La Corte territoriale, esposta diffusa narrativa della vicenda, e premesso il diritto costituzionalmente garantito alla madre della bambina di trasferire la propria residenza, ha ritenuto che il comportamento della predetta non potesse essere sanzionato nei termini stabiliti dal primo giudice, poiché il collocamento presso il padre avrebbe pregiudicato la stessa minore che ormai, per effetto dell’ avvenuto trasferimento, si era già inserita nella nuova realtà. Fermo il regime d’affidamento condiviso ad entrambi i genitori con collocamento della bambina presso la madre, ha confermato le modalità d’esercizio del diritto di visita del padre concordate in separazione consensuale, con adeguamento alla mutata situazione di fatto. In difetto d’intesa tra i genitori, ha stabilito che il padre potrà tenere la bambina il primo ed il terzo fine settimana di ogni mese, dalle ore 14 del sabato alle 22 della domenica, per sette giorni durante le vacanza di Natale o Epifania ad anni alterni e per le festività di Pasqua e per quindici giorni durante i mesi di luglio o agosto. Ha infine lasciato immutate le pattuizioni di carattere economico.

Il tessuto motivazionale in cui si articola tale argomentata decisione è puntuale ed esaustivo, perciò non si presta alla critica di carenza o inadeguatezza mossa nel motivo. È peraltro immune da errore di diritto, in quanto la Corte territoriale, mantenendo l’affido condiviso concordato tra i genitori, è solo intervenuta sulla collocazione della bambina, guidata dall’esigenza di assicurarne l’interesse -preminente -, che il dettato dell’art. 155 c.c. consacra quale criterio decisivo per l’individuazione del genitore che risulti maggiormente idoneo ad assicurarne il miglior sviluppo della personalità, avuto riguardo alle condizioni di fatto in cui si dovrà esplicare il rapporto, tra le quali sono di certo annoverabili perché meritevoli di tutela, anche le consuetudini di vita già acquisite dalla minore stessa che la vedono radicata presso il nuovo domicilio, ove ormai già vive, circondata peraltro dall’affetto dei nonni materni.

Il motivo mira al riesame della fondatezza e non certo della correttezza in jure del percorso logico che ha guidato l’indagine della Corte territoriale fondandone quindi l’approdo. Sollecita a questa Corte una lettura dei fatti in vista di un riesame dell’opportunità di quella collocazione rispetto alla permanenza nel Comune d’origine della minore, ove ha vissuto sino al suo trasferimento in ****, che non è però ammessa in questa sede, in quanto compete al solo giudice del merito che, giova ribadire, ne ha dato conto con ampio bagaglio motivazionale.

Il secondo motivo, ancora con riferimento al medesimo passaggio della motivazione, denuncia violazione dell’art. 155 c.c., rilevando che la Corte territoriale avrebbe violato la presunzione d’eguaglianza tra i genitori, che può essere vinta solo da prova contraria correlata all’interesse del minore. Il principio della bigenitorialità, già protetto dalla Convenzione di New York, ne impone al giudice il necessario prioritario rispetto, violato nella specie a suo danno.

Anche questo motivo è inammissibile. Affidata ad astratta enunciazione di principio, la censura critica nel merito la scelta operata dalla Corte territoriale, assumendo che sarebbe fondata su ravvisata inidoneità del padre a tutelare l’interesse della minore, interesse di contro ravvisato dal primo giudice. Si reclama in sostanza, ed ancora una volta, una diversa valutazione dei fatti che lungi dall’esser stati apprezzati nell’ottica dell’idoneità o non del padre ad accudire la figlia minore, risultano piuttosto vagliati, come si è rilevato, con riguardo all’interesse della bambina al perdurare della sua permanenza in un contesto ove si sono radicate le sue consuetudini di vita.

La rivisitazione del risultato di tale apprezzamento, sollecitata in chiave che si afferma più giusta, come si è già rilevato, non è ammessa in questa sede.

Tutto ciò premesso, il ricorso deve essere respinto disponendo la compensazione integrale delle spese del presente giudizio in ragione della comunanza dell’interesse delle parti, improntato alla salvaguardia di quello preminente della loro figlia minore.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del presente giudizio.

La Terza Sezione Penale della Cassazione, con la sentenza del 12/10/2009, n. 39718, ha affermato che "nella nozione di atti sessuali debbono farsi rientrare tutti quelli che siano idonei a compromettere la libera determinazione della sessualità della persona e ad invadere la sua sfera sessuale con modalità connotate dalla costrizione":

Ecco la sentenza molto interessante nella sua analitica motivazione:

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 17 giugno - 12 ottobre 2009, n. 39718

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

OSSERVA

1) Con sentenza del 21.10.2008 la Corte di Appello di Venezia confermava la sentenza del GIP del Tribunale di Venezia in data 25.10.2005, con la quale B.E., previo riconoscimento della circostanza attenuante di cui all'art. 609 bis c.p., u.c. e delle circostanze attenuanti generiche ed applicata la diminuente per la scelta del rito, era stato condannato alla pena di mesi 10 di reclusione per il reato di cui all'art. 609 bis c.p. in danno di Bo.Ba.; pena sospesa.

Dopo aver richiamato la ricostruzione della vicenda operata dal GIP (la Bo. era stata assalita improvvisamente mentre era intenta, nel locale in cui lavorava, alla mescita del vino al tavolo, dove con alcuni amici sedeva il B., il quale mettendole le mani sui glutei l'aveva attirata a sè facendola sedere sulle sue ginocchio, afferrandole e palpeggiandole i seni), riteneva la Corte che non vi fosse stato alcun uso distorto dei poteri, riconosciuti al giudice dall'art. 441 c.p., comma 5, nell'acquisizione delle dichiarazioni testimoniali della parte offesa. Secondo la Corte territoriale infatti l'art. 441 c.p., comma 5 introduce nel rito abbreviato, al pari di quanto previsto per il dibattimento dall'art. 507 c.p.p., un meccanismo a tutela dei valori costituzionali di legalità che presiedono all'esercizio dell'azione penale. Il principio dispositivo ha nel processo soltanto una funzione espansiva del potere della parti ma non preclusiva dell'accertamento dei fatti.

Tanto premesso, riteneva la Corte assolutamente attendibile la versione dei fatti fornita dalla parte offesa, la quale, se avesse avuto intenti calunniatori, non si sarebbe di certo azzardata a presentare querela citando come testimoni i presenti (amici dell'imputato), i quali avrebbero potuto smentirla.

Non attendibili apparivano, invece, le dichiarazioni dei predetti i quali, contraddittoriamente, avevano palesemente cercato di ridimensionare il gesto dell'amico, precisando che si era trattato di uno scherzo.

Infine, secondo la Corte territoriale, non c'era dubbio alcuno che la condotta posta in essere dall'imputato rientrasse nella nozione di atto sessuale, inteso in senso oggettivo, come aggressione alla sfera sessuale del soggetto passivo.

2) Propone ricorso per cassazione il B., a mezzo del difensore, denunciando con il primo motivo la violazione di legge in relazione all'art. 178 c.p.p., lett. c) o art. 191 c.p.p. ovvero sollevando questione di illegittimità costituzionale dell'art. 441 c.p.p., comma 5.

Una lettura costituzionalmente orientata di tale norma non può che far ritenere che il giudice possa esercitare i poteri di integrazione probatoria soltanto se necessario. Una diversa lettura violerebbe il principio del giudice terzo ed imparziale e contrasterebbe con gli artt. 24, 11 e 3 Cost..

Secondo la proposta interpretazione dell'art. 441 c.p.p., comma 5 non può che competere al giudice di appello il controllo del requisito della necessità di acquisizione dei nuovi elementi probatori con possibile alternativa sanzione processuale di nullità ex art. 178 C.P.P. oppure di inutilizzabilità ex art. 191 c.p.p. del materiale acquisito.

Non c'è dubbio che la contraddittorietà probatoria rilevata dal GIP per disporre l'esame della parte offesa, lungi dal costituire motivo per esercitare i poteri di cui all'art. 441 c.p.p., comma 5, avrebbe dovuto portare all'assoluzione dell'imputato.

Non prevedendo tale norma il diritto alla controprova, una diversa (rispetto a quella proposta) interpretazione non si sottrarrebbe alla eccepita incostituzionalità.

Con il secondo motivo denuncia il vizio di mancanza, manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione. Con i motivi di appello era stata dedotta la completa inattendibilità della parte offesa e, per contro, la piena attendibilità dei testi in ordine alle modalità della condotta posta in essere dal B.; la motivazione della sentenza tace completamente su tali rilievi. Non vi è prova di palpeggiamenti dei glutei e dei seni.

Con il terzo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione all'art. 609 bis c.p.. Non qualsiasi contatto con zona erogena costituisce atto sessuale.

A seguito del gesto scherzoso del ricorrente che attirò a sè la P.O. vi fu solo un contatto glutei-ginocchio che palesemente non può essere qualificato come atto sessuale.

Con il quarto motivo denuncia il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dell'elemento psicologico del reato. Non vi fu alcuna coartazione della libertà di autodeterminazione sessuale, avendo l'imputato agito con intento scherzoso (tale atteggiamento esclude il fine di concupiscenza).

Chiede, pertanto, l'annullamento della sentenza impugnata.

3) Il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato.

3.1) Quanto all'eccezione di nullità e/o inutilizzabilità del materiale acquisito dal GIP a seguito della disposta integrazione probatoria, venendo denunciata la violazione di norme processuali il giudice di legittimità è giudice anche del fatto.

Tanto premesso, rileva, innanzitutto, il Collegio che il ricorrente parte da un presupposto erroneo e cioè che le affermazioni della Bo., contenute nell'atto di querela, fossero state smentite dai testi.

Il Gip, nel disporre l'integrazione probatoria evidenziava che la Bo. non era stata sentita a s.i.t. in sede di indagini preliminari e che, comunque, appariva necessario esaminare la predetta, per la delicatezza della contestazione, essendo emerse "circostanze non propriamente collimanti con quanto illustrato nell'atto di querela".

La presenza di circostanze non collimanti non significava ovviamente che vi fosse un contrasto insanabile, tale da giustificare una pronuncia assolutoria ex art. 530 cpv. C.P.P. per contraddittorietà degli elementi probatori acquisiti.

L'inesistenza di siffatto presunto contrasto viene ribadita, come si vedrà meglio in seguito, dalla Corte territoriale, secondo cui i testi addotti dall'imputato non avevano affatto smentita la ipotesi accusatoria, essendo piuttosto le loro dichiarazioni evasive (soprattutto in ordine alle frasi pronunciate dal B.) e contrastanti tra di loro.

Essendo utilizzabili tutti gli atti legittimante acquisiti nella fase delle indagini preliminari, non c'è dubbio alcuno che potesse essere valutato come fonte di prova il contenuto dell'atto di querela, che, come si è visto, non era stato affatto smentito dall'altro materiale probatorio acquisito.

La decisione di disporre la integrazione probatoria ex art. 441 c.p.p., comma 5, lungi dal "danneggiare" l'imputato, si risolveva quindi in una indubbia garanzia difensiva, venendo la Bo. sentita in contraddittorio, con la possibilità per la difesa di procedere al controesame della stessa e di far emergere, anche attraverso il meccanismo delle contestazioni, la inattendibilità del contenuto dell'atto di querela.

3.1.1) Ha evidenziato la Corte territoriale che l'art. 441 c.p.p., comma 5 introduce nel rito abbreviato un meccanismo analogo a quello previsto dall'art. 507 c.p.p. per il dibattimento a tutela dei valori costituzionali di legalità che presiedono all'esercizio dell'azione penale.

In relazione specificamente all'art. 507 c.p.p. la Corte Costituzionale, nel respingere l'eccezione di incostituzionalità di detta norma, assumeva "che i giudici rimettenti muovevano da una concezione alla stregua della quale il nuovo codice processuale non tenderebbe alla ricerca della verità ma solo ad una decisione correttamente presa in una contesa dialettica tra le parti, secondo un astratto modello accusatorio nel quale un esito vale l'altro, purché correttamente ottenuto. E' ben vero che l'esigenza di accentuare la terzietà del giudice - perciò programmaticamente ignaro dei precedenti sviluppi della vicenda procedimentali - ha condotto ad introdurre, di massima, un criterio di separazione funzionale delle fasi processuali, allo scopo di privilegiare il metodo orale di raccolta delle prove, concepito come strumento per favorire la dialettica del contraddittorio e la formazione nel giudice di un convincimento libero da influenze pregresse. Ma tale opzione metodologica non ha fatto trascurare che fine primario ed ineludibile del processo penale non può che rimanere quello della ricerca della verità, e che ad un ordinamento improntato al principio di legalità, nonchè al connesso principio di obbligatorietà dell'azione penale non sono consone norme di metodologia processuale che ostacolino in modo irragionevole il processo di accertamento del fatto storico necessario per pervenire ad una giusta decisione. Il potere conferito al giudice dall'art. 507 c.p.p. è, dunque, un potere suppletivo, ma non certo eccezionale. La configurazione del siffatto potere come eccezionale, e quindi da escludere in caso di decadenza o inattività delle parti, discende, nella logica presupposta dai giudici remittenti, dall'assunzione dell'immanenza del nuovo codice, come conseguenza della scelta accusatola, di un principio dispositivo in materia di prova. Si tratta, però, di un assunto che non trova riscontro nè nei principi della delega nè nel tessuto normativo concretamente disegnato nel codice. Il legislatore delegante ha cioè esattamente considerato, in armonia con l'eliminazione delle disuguaglianze di fatto posto dall'art. 3 Cost., comma 2, - che la parità della armi delle parti normativamente enunciata può talvolta non trovare concreta verifica nella realtà effettuale, sì che il fine della giustizia della decisione può richiedere un intervento riequilibrante del giudice atto a supplire alle carenze di taluna di esse, così evitando condanne o assoluzioni immeritate" (Corte Cost. 26 marzo 1993 n. 111, Azzari).

Anche la giurisprudenza di questa Corte, dopo alcune contrastanti decisioni, è ormai consolidata nel ritenere (pur alla luce della nuova formulazione dell'art. 111 Cost.) che il giudice possa esercitare il potere di disporre d'ufficio l'assunzione di nuovi mezzi prova, previsto dall'art. 507 c.p.p., anche con riferimento a quelle prove che le parti avrebbero potuto richiedere e non hanno richiesto, rimanendo comunque impregiudicata la facoltà della parti di richiedere l'ammissione di nuovi mezzi di prova ai sensi dell'art. 495 c.p.p., comma 2 (Cass. sez. un. n. 41281 del 17.10.2006). Tale decisione ribadisce il principio già enunciato dalle stesse sezioni unite con la sentenza n. 11227 del 6.11.1992, secondo cui l'esercizio del potere previsto dall'art. 507 c.p.p. può essere esercitato anche con riferimento alle prove che le parti avrebbero potuto richiedere e che alla ammissione della prova ex art. 507 c.p.p. il "giudice non potrebbe non far seguire l'ammissione anche delle eventuali prove contrarie".. Una interpretazione costituzionalmente orientata delle norme che prevedono poteri istruttori da parte del giudice comporta, invero, il riconoscimento del diritto alla prova contraria.

E difatti questa Corte, applicando tali principi al rito abbreviato, da un lato, ha ritenuto che "il potere integrativo istruttorio del giudice previsto dall'art. 441 c.p.p., comma 5 è esercitarle anche nel momento stesso in cui viene disposto il giudizio abbreviato, difettando una qualunque previsione in senso contrario e considerato che, sulla base degli atti, il giudice può sin dal primo momento valutare la necessità di acquisire ulteriori elementi necessari alla decisione" (Cass. sez. 6 n. 36236 del 7.7.2004, Mascarucci) e, dall'altro, ha affermato che all'imputato "che abbia richiesto il rito speciale senza integrazioni probatorie deve riconoscersi, nel caso in cui il giudice assuma d'ufficio nuovi elementi necessari alla decisione, il diritto alla controprova..... secondo una ragionevole analogia con l'interpretazione giurisprudenziale dell'art. 507 c.p.p." (Cfr. Cass. sez. 5 n. 11954 dell'8.2.2005, Marino; cass., sez. 5 n. 19388 del 9.5.2006).

Una siffatta interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 441 c.p.p., comma 5 rende manifestamente infondata la denunciata incostituzionalità della norma. Peraltro la stessa Corte Costituzionale, nel dichiarare la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 438 c.p.p., comma 5 sollevata con riferimento all'art. 111 c.p.p., comma 2 (nella parte in cui non prevede il diritto del PM. di chiedere l'ammissione di prova contraria nell'ipotesi in cui l'imputato abbia depositato il fascicolo delle investigazioni difensive e contestualmente formulato richiesta di giudizio abbreviato) ha "suggerito" di esplorare la concreta praticabilità delle soluzioni offerte dall'ordinamento al fine di porre rimedio alla denunciata anomala sperequazione tra accusa e difesa (cfr. ordinanza n. 245 del 2005). Ha evidenziato, invero, la Corte che "il remittente, nell'esprimere le ragioni per cui il potere di assumere, eventualmente anche d'ufficio, gli elementi necessari alla decisione, attribuito al giudice dall'art. 441 c.p.p., comma 5, non sarebbe idoneo a rendere la disciplina censurata conforme a Costituzione, trascura di considerare che nel nuovo giudizio abbreviato il potere di integrazione probatoria è configurato quale strumento di tutela dei valori costituzionali che devono presiedere l'esercizio della funzione giurisdizionale, sicché proprio a tale potere il giudice dovrebbe far ricorso per rassicurare il rispetto di quei valori". 3.2) La L. 15 febbraio 1996, n. 66 ha unificato la congiunzione carnale violenta e gli atti di libidine previsti dalla normativa previgente nella nozione unitaria di atti sessuali, collocando detti reati tra i delitti contro la persona invece che tra quelli contro la moralità pubblica ed il buon costume. La sfera sessuale, quindi, diventa diritto della persona di gestire liberamente la propria sessualità, con la conseguenza che la condotta rilevante penalmente va valutata in relazione al rispetto dovuto alla persona ed all'attitudine ad offendere la libertà di determinazione della stessa. Non c'è dubbio, pertanto, come ribadito anche di recente da questa Corte (cfr. Cass. sez. 3 n. 28815 del 9.5.2008, Belli) che "la ratio e la lettera della norma inducono a dare di atti sessuali una nozione "oggettiva", facendovi rientrare cioè tutti quegli atti che siano oggettivamente idonei ad attentare alla libertà sessuale del soggetto passivo con invasione della sua sfera sessuale. L'aggettivo sessuale attiene al sesso dal punto di vista anatomico, fisiologico o funzionale, ma non limita la sua valenza ai puri aspetti genitali, potendo estendersi anche a tutte le altre zone ritenute erogene dalla scienza non solo medica, ma anche psicologica, antropologica e sociologica (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 3 n. 25112/2007; Cass. pen. sez. 3 11.1.2006 - Beraldo; Cass. sez. 3 1.12.2000, Gerardi; Cass. sez. 3 n. 7772/2000, Calò). Sicché nella nozione di atti sessuali debbono farsi rientrare tutti quelli che siano idonei a compromettere la libera determinazione della sessualità della persona e ad invadere la sua sfera sessuale (in questa facendo rientrare anche le zone erogene) con modalità connotate dalla costrizione (violenza, minaccia o abuso di autorità), sostituzione ingannevole di persona, ovvero abuso di inferiorità fisica o psichica. Tra gli atti idonei ad integrare il delitto di cui all'art. 609 bis c.p. vanno ricompresi anche quelli insidiosi e rapidi, purchè ovviamente riguardino zone erogene su persona non consenziente (come ad es. palpamenti, sfregamenti, baci)- cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 549/2005. Per quanto riguarda l'elemento soggettivo è significativo che la normativa introdotta con la L. n. 66 del 1996 abbia eliminato ogni riferimento al concetto di libidine La relazione al codice con riferimento all'art. 521 c.p. faceva riferimento allo "sfogo dell'appetito di lussuria" e la dottrina prevalente riteneva atti di libidine quelli, diversi dalla congiunzione carnale, diretti ad eccitare la concupiscenza verso piaceri carnali, turpi per se stessi o per le circostanze in cui si cerca di provocarli, ovvero diretti a soddisfare tale concupiscenza. Peraltro già sotto l'imperio della disciplina previgente qualche pronuncia aveva ritenuto che nella previsione dell'art. 521 c.p. non fosse richiesto il fine di eccitare o soddisfare la propria libidine. "Tale fine è estraneo alla lettera ed allo spirito della norma, la quale ha per oggetto la tutela della libertà sessuale del soggetto costretto o indotto; onde è indifferente che chi costringe o induce lo faccia per lucro, per depravazione, per disprezzo, per immondo gusto dello spettacolo o per gioco, purchè egli agisca con la coscienza e volontà di costringere od indurre taluno a commettere atti di libidine su sè stesso, sulla persona del colpevole o su altri.." (cfr. Cass. pen. sez. 1, 25.11.1971 n. 843, Amato ed altri).

Tale pronuncia era in qualche modo anticipazione (con il riferimento alla libertà sessuale) e si inseriva nel dibattito culturale che avrebbe poi portato all'approvazione della nuova normativa.

Non c'è dubbio alcuno, allora, che l'elemento soggettivo del reato di cui all'art. 609 bis c.p. consista nella coscienza e volontà di compiere un atto lesivo della libertà sessuale della persona e di invadere la sua sfera sessuale senza il consenso della stessa (dolo generico). Irrilevante pertanto è il fine propostosi dal soggetto attivo che può essere diretto a soddisfare la sua concupiscenza, ma anche di altro genere (ludico o di umiliazione della vittima)". 3.2.1) Tanto premesso, i giudici di merito correttamente hanno ritenuto che la condotta posta in essere dal B. vada qualificata come atto sessuale.

Va ricordato che, pacificamente, nell'ipotesi di conferma della sentenza di primo grado, le due motivazioni si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre far riferimento per giudicare della congruità della motivazione.

Allorchè quindi le due sentenze concordino nell'analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella, precedente per formare un unico complesso corpo argomentativo (cfr. ex multis Cass. sez. 1 n. 8868 del 26.6.2000 - Sangiorgi).

Il GIP aveva già evidenziato che dalle dichiarazioni, pienamente attendibili della parte offesa, emergeva che la condotta posta in essere dal B. era consistita nel mettere le mani sui glutei della Bo. facendola sedere a forza sulle sue ginocchio e tenendola stretta a contatto con il suo corpo, e nell'afferrare e palpeggiare i seni della donna. Secondo il GIP l'aggressione alla sfera sessuale della Bo. era, oltre che dal l'oggettività della condotta, ulteriormente confermata dalle frasi pronunciate dall'imputato. Il B. aveva infatti esclamato "nessuno ha il coraggio di farlo, lo faccio io" e poi, dopo gli avvenuti palpeggiamenti, "Tutto qua? Non sei nemmeno un gran che, pensavo fossi meglio". Tali frasi trovavano spiegazione nella circostanza, pure emersa, che la Bo. si era sottoposta ad un intervento di tipo estetico al seno.

Dopo la disamina delle risultanze processuali, riteneva il GIP, con argomentazioni logiche e coerenti, che il B., avesse voluto mettersi in evidenza davanti agli amici, ponendo in essere la condotta descritta nel capo di imputazione per "verificare" gli esiti dell'intervento estetico.

La Corte di Appello ha confermato il giudizio di piena attendibilità della Bo. sottolineando, in particolare, che se la donna avesse voluto calunniare il B. per trarne "profitto", non "avrebbe dovuto collocare l'aggressione in un contesto del genere ed indicare degli amici di B. a riscontro delle false accuse".

E non ha affatto escluso che vi siano stati i palpeggiamenti al seno, essendosi limitata ad affermare che il B. "quantomeno ha palpeggiato i glutei della Bo." (pag. 9). Che vi siano stati i palpeggiamenti è confermato, anche secondo la Corte territoriale dalla frase sopra riportata, che non sarebbe stata pronunciata dall'imputato "se non avesse palpeggiato la donna" (pag. 13).

La Corte di merito ha, quindi, esaminato (anche comparativamente) le dichiarazioni dei testi, pervenendo, con argomentazioni corrette ed immuni da vizi logici, ad un giudizio di complessiva inattendibilità degli stessi.

Ha infatti evidenziato che il contrasto tra le accuse della querelante e le dichiarazioni di Z., C., M. e Ma. non sono affatto insuperabili: essi infatti, tutti amici del B., sentiti dai carabinieri cercarono di ridimensionare la gravità del fatto, incorrendo però in contraddizioni ed inverosimiglianze. E significativo, peraltro, secondo la Corte territoriale che i testi sopraindicati non ricordino la frase pronunciata dall'imputato "fortemente allusiva ad un toccamento in zone erogene" (frase che, peraltro, neppure l'imputato ha escluso di aver pronunciato, limitandosi anche egli ad affermare di non ricordarla).

3.2.2) Con il ricorso viene sostanzialmente prospettata una diversa lettura delle risultanze processuali. Tali prospettazioni non tengono conto, però, che il controllo demandato alla Corte di legittimità va esercitato sulla coordinazione delle proposizioni e dei passaggi attraverso i quali si sviluppa il tessuto argomentativo del provvedimento impugnato, senza alcuna possibilità di rivalutare in una diversa ottica, gli argomenti di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento o di verificare se i risultati dell'interpretazione delle prove siano effettivamente corrispondenti alle acquisizioni probatorie risultanti dagli atti del processo. La Corte di legittimità ha, quindi, solo il compito di verificare che siano razionali le argomentazioni giustificative relative ai dati empirici assunti dai giudici di merito come elementi di prova, alle inferenze formulate ed ai criteri posti a sostegno dei risultati probatori.

Anche a seguito della modifica dell'art. 606 c.p.p., lett. e), con la citata L. n. 46 del 2006, il sindacato della Corte di Cassazione rimane di legittimità: la possibilità di desumere la mancanza, contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione anche da "altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame", non attribuisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare criticamente le risultanze istruttorie, ma solo quello di valutare la correttezza dell'iter argomentativo seguito dal giudice di merito e di procedere all'annullamento quando la prova non considerata o travisata incida, scardinandola, sulla motivazione censurata (cfr. Cass. pen. sez. 6 n. 752 del 18.12.2006; Cass. pen. sez. 2 n. 23419/2007 - Vignaroli).

3.2.3) Essendo sufficiente il dolo generico, non c'è dubbio alcuno che il ricorrente avesse, pienamente, la coscienza e volontà di compiere atti lesivi della libertà sessuale, come è reso evidente dalla più volte ricordata frase da lui stesso pronunciata.

E' irrilevante, come si è visto, che nell'aggressione alla sfera sessuale della Bo. il B. si proponesse di soddisfare la propria concupiscenza sessuale o volesse semplicemente compiere un'azione "dimostrativa" in presenza degli amici. Sul punto, trattandosi di questione di diritto, va precisata ed integrata la motivazione della sentenza impugnata.

3.3) Al rigetto del ricorso segue la condanna alla spese processuali, nonchè alla rifusione delle spese sostenute in questa fase dalla costituita parte civile, che si liquidano, come da richiesta, in complessivi Euro 2.450,00 oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dedotta. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese a favore della parte civile liquidate in complessivi Euro 2.450,00, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 17 giugno 2009.

 

Più tutela contro lo stalking:

Con la sentenza 25527/2010 la Corte di  Cassazione ha ammonito i giudici di merito a emettere subito misure di sicurezza a tutela delle vittime di stalking, raccomandando l’adozione di arresti domiciliari o fermo del persecutore in maniera tempestiva.
Secondo la Corte di Cassazione  perché possa ritenersi configurato il reato di stalking  di cui all’art. 612 bis c.p. è sufficiente che la persecuzione si realizzi anche con soli due episodi se questi siano stati idonei a generare nella vittima  stati di ansia e paura tali da comprometterne il  normale svolgimento della quotidianità.
Da qui l’invito della Suprema Corte a non sottovalutare mai  i rischi connessi agli atti persecutori.
Sulla base di questa argomentazioni la Corte ha pertanto accolto il reclamo proposto dalla Procura di Cheti avverso la decisione con la quale il Tribunale della Libertà aveva negato misure di tutela ad una moglie separata.

Il legale nello stesso processo può essere testimone e difensore:

In base alla sentenza della Corte di cassazione - Sezione III civile - 8 luglio 2010 n. 16151
non sussiste un'incompatibilità tra l'esercizio delle funzioni di difensore e quelle di teste nell'ambito del medesimo giudizio, se non nei limiti della contestualità, in quanto non vi è una base normativa per sostenere che un difensore, che abbia reso testimonianza in un processo, in una fase nella quale  non svolgeva il suo ruolo di difensore costituito, non possa assumere la veste di difensore successivamente alla testimonianza resa, ovvero l'esatto contrario, e cioè che un difensore, cessata tale qualità, non possa assumere la qualità di testimone nello stesso processo.
Il problema diventa quindi deontologico ed è in base a queste regole che occorre accertare in quali casi il munus difensivo non possa conciliarsi con l'ufficio di testimone.

Vademecum normativa affidamento condiviso:

SULL'AFFIDAMENTO

SUL MANTENIMENTO DEI FIGLI

SULL'ASSEGNAZIONE DELLA CASA CONIUGALE

SUL CAMBIO DI RESIDENZA O DOMICILIO DI UN GENITORE

SUL MANTENIMENTO DEI FIGLI MAGGIORENNI

SULL'ASCOLTO DEL FIGLIO MINORE

SULLA MEDIAZIONE FAMILIARE

IN CASO DI INADEMPIENZE O VIOLAZIONI

La violenza subdola degli "stalker", è necessario sensibilizzare i giovani:

Gazzettadelsud.it
24/01/2010
   
La violenza subdola degli "stalker" È necessario sensibilizzare i giovani
I persecutori tra gli ex partner ma anche a scuola e tra i vicini di casa

Alessandro Amodio
Sant'Agata D'Esaro


Violenze celate. Casi di stalking, episodi di tentati stupri, soprusi personali di qualsiasi altro tipo. Bisogna conoscerli per difendersi. Soprattutto, spesso, per superare anche quei momenti di pudore che assalgono le vittime. Il tema dell'incontro "Stalking: conoscerlo e difendersi" non è stato solo incentrato a questo nuovo tipo di vessazione, ma ha scandagliato tutta la sfera delle violenze, di qualsiasi tipo, che possono avvenire. Molto spesso sui giovani ma non solo.
L'aula magna del Liceo Classico "P. Candela" di San Marco Argentano era gremita. L'appuntamento ha visto la partecipazione di alcuni esponenti dell'Ufficio scolastico provinciale; del Comune di San Marco Argentano, con in testa il sindaco Alberto Termine; della responsabile provinciale della Consulta degli Studenti, Rosa Amendola; del sindaco di Paola, Roberto Perrotta, presente con il suo team ed insieme ai referenti della sezione paolana dell'Osservatorio sullo stalking. A dimostrazione che un problema come quello dello stalking, ma delle violenze in generale, non può essere lasciato a se stesso. Va discusso, affrontato e combattuto. L'incontro, dopo i saluti di rito di tutte le autorità tra cui anche il dirigente scolastico Antonietta Converso, ha visto interagire chi lavora quotidianamente su questi problemi con chiunque possa subirli. A cominciare dallo psicoterapeuta Massimo Lattanzi, fondatore e coordinatore dell'Osservatorio Nazionale sullo Stalking. Intanto cos'è lo stalking? «Una persecuzione psicologica difficile da inquadrare. Ci sono, infatti, delle variabili che non aiutano a identificare chi si rende responsabile ed è punibile per il reato perseguito dall'ex art. 612 bis del codice penale per alcune realtà trasversali». I numeri? «Il 50% avviene tra partner e loro ex; il 25% dai vicini di casa; il 15% a scuola o nei posti di lavoro; il 5% tra familiari o consanguinei; il 5% per altre cause». L'argomento stalking è stato, quindi, ampliato sulle violenze sessuali dalla criminologa Margaret Cichello, che ha svolto una ricerca sui "sex-offender" nel carcere di Vibo Valentia. E qui il discorso è scivolato nel campo dei pedofili e degli stupratori. «C'è bisogno – ha affermato la Cichello – di sensibilizzare i giovani che sono spesso il "target" di questi problemi a manifestare i disagi, siano essi vittime o autori». Stalking, stupri, violenze: problemi reali e sociali spesso annidati e difficili da scovare anche perché è difficile capire dove finisce la volgarità e dove inizia la violenza. Bisogna capire, allora, – come ha spiegato l'avvocato Margherita Corriere, responsabile provinciale dell'Osservatorio sulla Legalità ed i Diritti – che cos'è un reato di questo tipo, e quando la condotta di un soggetto, attraverso sms, e-mail o anche social network, diventi assillante al punto da denunciarla prima che implichi ripercussioni, spesso gravi, sulla sfera psicologica di un soggetto. Tutto ciò partendo anche dal presupposto che la prima vittima di un reato è chi lo commette». Stimolanti anche le risposte dei giovani studenti, tra cui quella di una persona che ha avuto il "coraggio" di denunciare un tentato stupro, pur non avendo avuto ancora giustizia.

http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaGiornale.aspx?art=37158&Edizione=8

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