Articoli del 22/03/2012:

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Tribunale di Cosenza - Appuntamento per dar voce ai Diritti dei bambini:

Cosenza. La Sezione Distrettuale di Catanzaro dell’associazione degli Avvocati Matrimonialisti Italiani, in collaborazione con la Fondazione Movimento Bambino Onlus e la Fondazione Ferrero, sotto il patrocinio dell’Ordine degli avvocati di Cosenza, ha organizzato un interessante convegno sul tema “Diamo voce ai diritti dei bambini: la Carta di Roma”. L’evento formativo, che si terrà alle ore 16.30 del prossimo venerdì 23 Marzo 2012 nella Biblioteca “Arnoni” dell’Ordine degli Avvocati presso il Tribunale di Cosenza, registrerà una nutrita presenza di autorità che contribuiranno ai lavori con un breve intervento sul tema. Dopo l’introduzione della presidente della Sezione Ami di Catanzaro, Margherita Corriere, porgeranno i saluti agli illustri ospiti: il presidente dell’Ordine degli avvocati di Cosenza, Oreste Morcavallo; il Procuratore Aggiunto del Tribunale di Cosenza, Domenico Airoma; il Questore di Cosenza, Alfredo Anzalone; il direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza, Gianfranco Scarpelli; la presidente della Commissione regionale per le Pari Opportunità, Giovanna Cusumano.

I lavori, che saranno moderati dall’addetto stampa regionale dell’Ami, Valerio Caparelli, proseguiranno con le relazioni della dirigente dell’U.O. di Neuropsichiatria infantile dell’Asp di Cosenza, nonché esperta della struttura di audizione protetta, Alessandra Santelli; il sostituto commissario dell’Ufficio Minori della Questura di Cosenza, Rosaria Cappiello; la psicoterapeuta, saggista e scrittrice Maria Rita Parsi, fondatrice e presidente della Fondazione Movimento Bambino Onlus. Nel corso del convegno sarà presentato il libro “Bambini” curato da Alessandra Santelli e Maria Rita Parsi. Il convegno vuole affrontare il preoccupante problema degli abusi all’infanzia – fenomeno in crescita in tutto il mondo – e porre in evidenza la necessità di mettere a segno una nuova strategia contro le violenze subite dai bambini. L’Italia è dotata da tempo di strumenti normativi importanti contro le violenze sui minori, contro la pornografia minorile, la prostituzione e lo sfruttamento di minori. Ma non sono sufficienti ad arginare i problemi emergenti. A 21 anni dalla ratifica della convenzione sui Diritti del fanciullo, è stata siglata la “Carta di Roma”, un documento operativo e condiviso per la tutela dei bambini e contro tutti gli abusi sui minori che dovrà essere adottata in ambito internazionale dai governi e dalle comunità religiose. È importante sottolineare che tra le linee guida della Carta di Roma si afferma il richiamo alla formazione del personale medico e di quello di polizia per il riconoscimento tempestivo degli abusi e l’individuazione delle terapie di supporto.

A.M.I. - Associazione Matrimonialisti Italiani

Cassazione sentenza n.1784/2012: inammissibile l'intervento del padre naturale nel giudizio di disconoscimento di paternità:

Secondo la prima sezione civile della Corte di Cassazione (sentenza n.1784/2012) è  inammissibile l'intervento di colui che è indicato come padre naturale nel giudizio di disconoscimento della paternità.
Sostiene infatti la Corte che  nel giudizio per il disconoscimento della paternità, la paternità legittima non può essere messa in discussione e neppure supportata da chi è indicato come padre naturale, il quale, allorché concluda che il risultato (positivo) dell'azione di disconoscimento di paternità si  proietta sull'azione di riconoscimento della paternità promossa  nei suoi confronti, si limita in concreto  a far valere un pregiudizio di mero fatto.
Da ciò pertanto ne deriva  che l'intervento di chi  è  individuato come padre naturale nel giudizio di disconoscimento della paternità è inammissibile, con il corollario che, in forza della presunzione legale di legittimità della filiazione, la controversia sulla paternità naturale non può avere ingresso sin quando tale presunzione non sia venuta meno con il vittorioso esperimento di un'azione di disconoscimento della paternità legittima.

Avv. Margherita Corriere

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Cassazione sentenza n.1777/2012: legittimo l’affidamento congiunto anche se vi sono difficoltà di relazione tra i due coniugi:

La sentenza n. 1777/2012 della Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo l'affidamento congiunto del minore anche se il padre mostra uno scarso interesse nei suoi riguardi e sussistono, altresì, difficoltà di relazione tra i due coniugi.
La Corte evidenzia  che l'affidamento congiunto non è un semplice  affidamento a entrambi, essendo basato sul pieno consenso di gestione, sulla condivisione di un progetto educativo della prole. Tuttavia ciò non esclude che il minore possa essere prevalentemente collocato presso uno dei genitori, anche se l'altro dovrà avere  vasta possibilità di vederlo e tenerlo con sé.
La vicenda processuale giunta in Cassazione  è l'epilogo  di un procedimento di separazione giudiziale:
il Tribunale di Venezia aveva pronunciato la separazione personale tra i coniugi, disponendo l'affidamento congiunto della figlia, con collocamento presso la madre, ponendo a carico del marito l'assegno mensile di 500, 00 euro per la figlia e 400,00 per la moglie:
il marito  avverso la sentenza del Tribunale proponeva appello.
La  Corte di Appello di Venezia, rigettava l'appello principale e affidava la minore in via esclusiva alla madre, riducendo il regime di visite paterno.
La Cassazione, invece, accogliendo parzialmente il ricorso del marito -  il quale  che aveva sostenuto la violazione dell'art. 155 c. c. e il vizio di motivazione in punto di affidamento della figlia minore in via esclusiva alla madre , disposto dalla Corte di merito -  cassando con rinvio la sentenza impugnata, ha richiamato la legge 8 febbraio 2006, n. 54, che ha introdotto la disciplina dell'affido condiviso.
Sostiene la Corte "Già la scelta del termine  è significativa, rispetto all'espressione più tradizionale, contenuta nella legge di divorzio dopo la riforma del 1987, di "affido congiunto": non solo affidamento ad entrambi, ma fondato sul pieno consenso di gestione, sulla condivisione, appunto. Anche se il minore può essere prevalentemente collocato presso uno dei genitori, l'altro dovrà avere ampia possibilità di vederlo e tenerlo con sé. È previsto l'affidamento monogenitoriale, che tuttavia costituisce eccezione rispetto alla regola dell'affidamento condiviso: non a caso l'art. 155 bis c.c. richiede, per l'affidamento ad uno solo dei genitori, nell'interesse dei figli minori, un provvedimento motivato, non richiesto invece per l'affidamento condiviso. Il giudice a quo giustifica l'esclusione dell'affidamento condiviso (disponendo affidamento della minore alla madre), in presenza di un conflitto insanabile tra i genitori, scarso interesse del padre per la minore, posizione di questa di rifiuto nei confronti del padre. Ciò in contrasto, almeno parzialmente con l'orientamento consolidato di questa Corte (per tutte, Cass. n. 16593 del 2008), per cui il grave conflitto tra genitori, di per sé solo, non è tale da escludere l'affidamento condiviso, e a fronte di una consulenza tecnica, svolta in primo grado, che, pur evidenziando difficoltà di relazione, conclude per l'affidamento ad entrambi i genitori".

Cassazione sentenza n.1787/2012: Affido condiviso del figlio minore e no all’assegnazione alla moglie della casa coniugale:

In base a tale sentenza della Cassazione se  dopo la separazione la madre  è andata a vivere nella casa di un nuovo compagno con il suo bambino, il quale  nella nuova abitazione  ha trovato un habitat favorevole, dovrà rinunciare all'assegnazione della casa coniugale.
Pertanto  la casa familiare può non essere assegnata alla mamma affidataria del bambino se questo ha trovato un "habitat" favorevole nell'abitazione del nuovo compagno di lei.
È stato inutile anche  il tentativo della donna di far revocare l'affido condiviso per il fatto che il padre parlava male dell'ex moglie e della suocera.
Ecco i fatti:   il Tribunale di Velletri aveva pronunciato la separazione personale dei coniugi e affidato alla madre il figlio della coppia, obbligando  il marito alla corresponsione di 400 euro per il mantenimento del bambino, ma non assegnava alla moglie, affidataria del bambino, la casa familiare. La Corte di Appello di Roma, investita della questione, sentito il minore, respingeva l'appello principale della moglie ed, in accoglimento dell'appello incidentale del marito, addebitava la separazione alla prima ed affidava il figlio ad entrambi i genitori, confermando per il resto la  sentenza del Tribunale di Velletri. Avverso  questa decisione la moglie proponeva ricorso per cassazione che veniva però rigettato.  Infatti la Corte ha confermato quanto stabilito dalla Corte di Appello , che aveva "negato alla ricorrente l'assegnazione della casa coniugale, tenendo prioritariamente conto dell'interesse del minore come previsto dall'art. 154 quater c.c. e quale giustamente desunto dall'ascolto delle sue dichiarazioni sul rapporto con la coppia formata dalla madre e dal suo compagno e sulla permanenza presso di loro, e, dunque, su circostanze rilevanti ai fini della decisione sul suo affidamento, demandatagli dall'art. 155 c.c." e aveva statuito “ l'affidamento condiviso del figlio per ragioni ampiamente ed irreprensibilmente chiarite, alle quali la (moglie) oppone circostanze che non emergono dalla pronuncia e che o non avvalora con specifici richiami a pregresse risultanze istruttorie o che appaiono non decisive sia pure in ordine alla permanenza della particolare conflittualità riscontrata nel corso del primo grado del giudizio e recepita dal primo giudice a sostegno della decisione di affidamento del figlio alla sola madre".

Ecco la sentenza:

Corte di Cassazione Sez. Prima Civ. - Sent. del 08.02.2012, n. 1787

Svolgimento del processo

Con sentenza del 10.01-23.02.2007, il Tribunale di Velletri pronunciava la separazione personale dei coniugi R. P. e A. C., respingeva le reciproche domande di addebito, affidava alla madre il figlio della coppia A. (nato nel 1994), per il cui mantenimento imponeva allo P. di corrispondere mensilmente alla moglie € 400,00, ed infine, non assegnava alla C. la casa familiare.
Con sentenza del 25.06-29.07.2009, la Corte di appello di Roma, sentito il minore, respingeva l’appello principale della C. ed in accoglimento, invece, dell’appello incidentale del P., addebitava la separazione alla prima ed affidava il figlio ad entrambi i genitori, confermando per il resto la gravata sentenza e condannando la C. alle spese del grado.
La Corte territoriale osservava e riteneva tra l’altro:
che gli appellanti avevano insistito sulle reciproche domande di addebito
che gli scontri intercorsi tra i coniugi, rimasti a livello verbale, e motivati, il più delle volte da contrasti sulla gestione dell’azienda (vedi teste D. non potevano costituire un motivo per addebitare la separazione al marito che, invece, erano emerse prove in ordine ad una relazione extraconiugale della sig.ra C. iniziata prima della separazione (novembre 2001) che le riferite presentazioni “ufficiali” del nuovo compagno da parte della sig.ra C. ai propri amici, in assenza del marito, dimostravano che la loro relazione si era ormai consolidata e quindi che il rapporto doveva necessariamente essere già da tempo iniziato
che tale situazione poteva spiegare il nervosismo e le liti tra i coniugi fino a rendere
insopportabile la convivenza; a tale proposito era sintomatico che la separazione fosse
stata chiesta dalla moglie, presumibilmente allo scopo di poter instaurare una
convivenza con l’altro uomo, come in effetti era avvenuto poco dopo la separazione dal
marito che, pertanto, la separazione andava addebitata alla moglie
che doveva essere disattesa anche la domanda della C., quale affidataria del figlio, di assegnazione della casa familiare, dal momento che il minore A., nel corso della disposta audizione, aveva dichiarato di “trovarsi bene” con il compagno della madre e di avere interesse a continuare a vivere con loro nella casa di Via (…) aspirazione che evidenziava il suo ambientamento nella nuova abitazione ed il distacco dall’ habitat familiare che il P. aveva chiesto l’affidamento condiviso del figlio e tale regime era, in effetti, quello da preferire a sensi degli artt, 155 e 155 bis C.C., essendo aderente all’interesse del minore
che nella specie il figlio A. aveva dichiarato di non sentirsi a suo agio con il papà in quanto” dice cose brutte sia sul conto della mamma che dei nonni materni”
che tale comportamento paterno era indubbiamente criticabile tanto che il sig P. andava invitato ad astenersi da commenti negativi sulla madre in presenza del figlio, anche al fine di rasserenare i rapporti con lui che, tuttavia, l’importanza che il minore mantenesse equilibrati rapporti anche con la figura paterna, che doveva continuare ad esercitare le sue funzioni al fine di consentire il normale sviluppo del figlio, imponeva di disporre l’affidamento dello stesso ad entrambi i genitori, statuendo anche che le questioni di normale amministrazione venissero decise
dal singolo genitore nei periodi di permanenza del figlio presso di sé.
Contro questa sentenza la C. ha proposto ricorso per cassazione, fondato su tre motivi, cui il P. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

Preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione d’inammissibilità del ricorso ex art.365
c.p.c. proposta dal P. giacché l’atto reca la sottoscrizione del difensore della C. sia nell’ originale depositato in cancelleria che nella copia notificata al controricorrente.
Con il ricorso la C. denunzia:
1. “Violazione dell’art. 360 c. 1 n. 5 c.p.c., omessa motivazione su fatti decisivi in tema di addebito della separazione e contraddittoria motivazione sul punto. Violazione dell’art. 360 c. 1 n. 3 c.p.c., violazione e falsa applicazione dell’art. 151 c. 2 c.c.”
Si duole dell’addebito a sé della separazione per violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, sottolineando anche che aveva dedotto di avere per anni sopportato angherie fisiche e morali e ripetuti tradimenti, nonché di aver già intentato una causa di separazione nel 1996, abbandonata su richiesta del marito, che si era impegnato a condurre diversamente la relazione. Essenzialmente sostiene che la motivazione è contraddittoria in ordine alle ragioni delle liti, che manca la prova del nesso di causalità tra la sua infedeltà e la compromissione del rapporto coniugale e che la prova non poteva essere ravvisata nella pubblicità da lei data alla nuova relazione.
2. ” Violazione dell’art. 360 c. 1 n. 5 c.c., omessa motivazione sul punto dell’assegnazione della casa familiare nell’interesse del minore. Violazione dell’art. 155 sexies c.c., audizione su temi non inerenti i provvedimenti di cui all’art. 155 c.c.”
Premesso anche che è stata respinta la sua domanda di assegnazione della casa familiare, nonostante il richiamo alla sentenza n. 308/08 della Corte Costituzionale, secondo cui l’instaurazione di nuova relazione more uxorio non è ostativa all’accoglimento della richiesta, censura la valutazione dell’interesse del figlio e la preminenza data dalla Corte distrettuale al suo desiderio di permanere nella nuova abitazione, sostenendo che i giudici di merito non hanno dato corso ad istruttoria sul punto e che si sono limitati ad ascoltare il minore ed a recepire acriticamente le sue dichiarazioni, nonostante che l’art. 155 sexies c.c. consenta tale audizione solo in relazione ai provvedimenti previsti dall’art. 155 c.c. e non anche in ordine all’assegnazione della casa familiare, disciplinata dall’art. 155 quater c.c.
3. “Violazione dell’art. 360 c. 1 n. 5 c.c., omessa motivazione in tema di affidamento del minore. “.
Censura lo statuito regime di affidamento condiviso del figlio, sostenendo che esso è stato disposto nonostante le dichiarazione dallo stesso rese durante l’audizione, nonché senza specifica motivazione e disattendendo anche le relazioni dei servizi sociali, valorizzate dal primo giudice.
I tre motivi del ricorso non hanno pregio.
Tutte le impugnate statuizioni risultano avversate o con infondate denunce di violazione delle rubricate norme o con censure che si risolvono in generici ed in parte anche carenti sotto il profilo dell’autosufficienza, rilievi di errori valutativi in ordine agli elementi assunti, da cui non è dato desumere illogicità o carenze motivazionali decisive, e che appaiono essenzialmente volti ad un più favorevole apprezzamento dei medesimi dati, non consentito in questa sede di legittimità, (cfr, ex plurimis, cass. n. 3881 del 2006).
In aderenza al dettato normativo ed alla relativa elaborazione giurisprudenziale nonché con puntuali ed esaustive argomentazioni i giudici d’appello hanno:
b) addebitato la separazione alla ricorrente, logicamente ed attendibilmente rilevando anche che i dissidi tra i coniugi solo in parte potevano essere riferiti a contrasti sulla gestione aziendale e che invece quelli insorti in ragione dell’infedeltà della moglie e delle modalità di conduzione del suo nuovo rapporto sentimentale avevano reso insopportabile la convivenza coniugale e dunque pregiudicato l’unione, che di contro la C. riconduce a diverse ed anteriori ragioni, non suffragate da riscontri probatori eventualmente emersi nei precedenti gradi
c) negato alla ricorrente l’assegnazione della casa coniugale, tenendo prioritariamente conto dell’interesse del minore come previsto dall’art. 154 quater c.c. e quale giustamente desunto dall’ascolto delle sue dichiarazioni sul rapporto con la coppia formata dalla madre e dal suo compagno e sulla permanenza presso di loro, e, dunque, su circostanze rilevanti ai fini della decisione sul suo affidamento, demandatagli dall’art. 155 c.c.
d) statuito l’affidamento condiviso del figlio per ragioni ampiamente ed irreprensibilmente chiarite, alle quali la C. oppone circostanze che non emergono dalla pronuncia e che o non avvalora con specifici richiami a pregresse risultanze istruttorie o che appaiono non decisive sia pure in ordine alla permanenza della particolare conflittualità riscontrata dai S.S. nel corso del primo grado del giudizio e recepita dal primo giudice a sostegno della decisione di affidamento del figlio alla sola madre.
Conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con conseguente condanna della C. soccombente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate come in dispositivo.
Non ricorrono gli estremi per la condanna del ricorrente ai sensi dell’art. 385, 4° comma,
c.p.c. (applicabile ratione temporis), chiesta dal P.G.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la C. al pagamento in favore del P. delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi € 2.700,00, di cui € 2.500,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.
Ai sensi dell’art. 52, comma 5, del D.Lgs n. 196 del 2003, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

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