Articoli del 25/04/2010:

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Il marito che costringe con le minacce l'ex moglie ad abbandonare l'abitazione coniugale che le era stata affidata in sede di divorzio rischia una condanna per estorsione:

La seconda sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza 15111/2010 ha stabilito che l’ex coniuge che minaccia la ex moglie per indurla a lasciare la casa coniugale commette reato di estorsione, confermando  la condanna per estorsione a due anni di reclusione, più una multa di 300 euro, nei confronti di un uomo di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano, il quale aveva minacciato di morte l'ex compagna per costringerla ad abbandonare la casa in cui viveva, ottenuta dopo il divorzio, rivendicando l'immobile, da anni di proprietà della sua famiglia di origine
Ma , rilevato che  per disposizione del giudice la casa è nella disponibilità della ex consorte, le i minacce utilizzate per indurla  a lasciare la casa integrano gli estremi del reato di estorsione previsto e punito dall'art. 629 del codice penale., che stabilisce che "chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad ammettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 516 a euro 2.065".
La Seconda Sezione Penale della Suprema Corte, nel caso di specie ha affermato che l'ingiusto profitto sussiste, dal momento che l'immobile in questione era stato affidato alla moglie, e l'ex marito non ne aveva più la disponibilità.

Cassazione penale, sez. VI, sentenza del 11.01.2010 n. 736 - (1032):

Il Giudice di merito  deve valutare l'effettiva sussistenza dell'elemento psicologico del reato ascritto all'imputata, atteso che la B. ha sostenuto di non aver voluto impedire al marito di avere contatti con il bambino, essendosi soltanto preoccupata di tutelare la salute del piccolo (esigenza che costituisce criterio ispiratore della norma incriminatrice di cui all'art. 388 co. 2 cp: v. Cass. Sez. 6, 16.3.1999 n. 7077, Antonietti, rv. 214690). Secondo la Corte di Cassazione  i giudici di appello non si sono curati di verificare la consistenza di tale assunto difensivo (rispetto al quale effettivamente le accuse provenienti dal marito della donna non acquistano decisivo valore escludente), né  hanno accertato il configurarsi o meno di eventuali situazioni suscettibili di ricondurre il contegno antigiuridico della B. nell'area di un presunto stato di necessità (o altra scriminante putativa) in rapporto alla asserita esigenza di tutelare l'effettivo interesse del bambino, “piuttosto che coltivare il proposito di vulnerare l'interesse del marito a frequentarlo nei modi previsti in sede di separazione."

Ecco la sentenza :

Motivi della decisione

1. - L. B. era tratta a giudizio innanzi al Tribunale di Enna per rispondere del reato di elusione continuata dei provvedimenti adottati dal giudice civile di quello stesso Tribunale nell'ambito della causa di separazione dal coniuge M. L. F. e concernenti la possibilità per il L. F. di tenere con sé, in giorni ed ore determinati, il figlio minore F. L., affidato alla madre. Condotta protrattasi, come da accusa contestata, dal omissis all'omissis.

Con sentenza del 27.1.2006 il Tribunale di Enna dichiarava la B. colpevole del reato ascrittole e, concesse generiche circostanze attenuanti, la condannava alla pena condizionalmente sospesa di due mesi di reclusione, oltre al risarcimento del danno (da liquidarsi in separato giudizio) in favore della costituita parte civile M. L. F.. La decisione focalizzava l'affermata responsabilità dell'imputata su due unici episodi di condotta elusiva verificatisi il omissis e l'omissis, giorni nei quali la B. impediva al coniuge separato di tenere con sé il figlio minore, producendo certificati medici (acquisiti in atti) registranti in entrambi i casi uno stato di malattia del bambino. Certificati che attestavano, secondo la sentenza, “patologia non oggettivamente riscontrata dal medico sul minore, ma semplicemente riferita verbalmente dalla B. e limitata ai soli giorni previsti per l'affidamento del minore al padre”. In siffatta condotta della donna il giudice di primo grado ravvisava l'attuazione di una sua consapevole volontà elusiva, nelle due circostanze, del previsto affidamento temporaneo del bambino al padre.

L'imputata proponeva appello avverso la sentenza del Tribunale.

Con la sentenza resa il 28.9.2007, in epigrafe indicata, la Corte di Appello di Caltanissetta in parziale riforma della sentenza del Tribunale ha assolto la B. per insussistenza del fatto dall'incriminato episodio dell'omissis (il medico curante del bambino avendo testimoniato di aver visitato in tale occasione il piccolo, consigliando di tenerlo in casa al riparo da sbalzi di temperatura). La Corte ha confermato “nel resto” l'impugnata decisione con conseguente riduzione della pena ad un mese di reclusione (pena dichiarata per intero condonata ai sensi della legge n. 241/2006).

Per la parte in cui ha confermato la condanna della B. la sentenza di secondo grado evidenzia la attendibilità delle dichiarazioni dibattimentali della persona offesa, l'ex coniuge dell'imputata M. L. F., secondo il quale la B. “in più occasioni” si era rifiutata di consegnargli il bambino nei termini definiti dal giudice civile, “adducendo come scusa il fatto che il bambino era ammalato, mostrandogli con iattanza dei certificati medici e in talune occasioni sostenendo al contrario che non era tenuta ad esibire alcuna certificazione sanitaria attestante la patologia dalla quale il minore era affetto”.

2. - Contro la sentenza della Corte territoriale L. B. ha proposto, con l'ufficio del difensore, ricorso per cassazione, adducendo vizi di violazione di legge (processuale e sostanziale) e di contraddittorietà ed illogicità della motivazione, come di seguito sintetizzati.

1. Violazione del principio di correlazione tra imputazione e sentenza (artt. 516, 521 cpp) e difetto di motivazione sulle reali connotazioni dell'accusa ex art. 388, co. 2, c.p..

La sentenza di appello ha alterato il paradigma dell'accusa, poiché - disattendendo in peius la sentenza di primo grado, che ha circoscritto l'antigiuridica condotta omissiva della donna ai soli due episodi verificatisi il omissis e l'omissis - ha escluso la responsabilità dell'imputata da detto secondo episodio, ma ha ritenuto per il resto consumato il reato in più episodi oltre quello del omissis. In tal modo i giudici nisseni hanno travisato le emergenze dibattimentali, tralasciando di precisare in quali altre occasioni intermedie, dopo quella del omissis, si sarebbe verificato un supposto analogo contegno elusivo della B..

2. Erronea applicazione degli artt. 388 co. 2 cp e 192 cpp.

I giudici di appello hanno valorizzato, ai fini della confermata parziale (se pur alterata nei termini anzidetti) responsabilità della B., la credibilità delle dichiarazioni accusatorie dell'ex coniuge persona offesa. Ma tale assunto si mostra, da un lato, incompleto e fuorviante, dal momento che trascura di rilevare che lo stesso L. F. ha ammesso di essere al corrente del cagionevole stato di salute del bambino e di sapere che diverse volte si era reso necessario ricoverarlo in ospedale. Da un altro lato la attendibilità del padre del bambino non riveste carattere decisivo nella valutazione del comportamento dell'imputata. Sia perché detta attendibilità non esclude l'incolpevole convinzione putativa del L. F. del carattere strumentale ed elusivo degli ostacoli frapposti dalla moglie separata, con l'addurre stati di malattia del bambino per non fargli tenere con sé il figlio nei giorni stabiliti dal giudice civile. Sia perché, soprattutto, i giudici di appello - al pari del giudice di primo grado - si sono astenuti dal verificare la tesi difensiva dell'imputata (che sarebbe stata mossa dal solo intento di tutelare la salute del bambino e non da quello di impedire od ostacolare i contatti con il padre) e di analizzare la sussistenza di cause giustificative del contegno della donna, offrendo ragione dell'elemento soggettivo del reato di cui all'art. 388 co. 2 cp.

3. Violazione degli arti. 53 e 57 L. 689/81, 133 e 133 bis cp. In subordine, tenuto conto dell'esiguità della pena inflitta, la Corte territoriale ben avrebbe potuto applicare all'imputata la sanzione della pena pecuniaria sostitutiva della pena detentiva irrogata.

3. - Il ricorso proposto da L. B. è assistito da fondamento in punto di sua confermata parziale responsabilità per il reato contestatole (il terzo motivo di censura, subordinato, è indeducibile ex art. 606 co. 3 cpp, perché attinente a presunta violazione di legge non dedotta con i motivi di appello).

A. Sul piano strettamente tecnico-giuridico il rilievo attinente alla inosservanza del principio di correlazione tra accusa e sentenza di appello per gli effetti di cui all'art. 522 cpp non è in sé fondato, poiché a ben considerare la decisione impugnata non ha dato ingresso ad una immutazione del “fatto” contestato all'imputata idoneo a vulnerarne il diritto di difesa. Per la semplice ragione che l'originaria imputazione elevata nei confronti della donna e per la quale la stessa è stata tratta a giudizio contempla formalmente (con l'esplicita enunciazione dell'art. 81 cpv. cp) e sostanzialmente (attraverso l'indicazione della data di consumazione del reato continuato: “dal omissis sino all'omissis”) la attribuzione di una pluralità di fatti reato, unificati da una medesima progettualità criminosa, integrativi della regiudicanda rappresentata dall'inosservanza delle previsioni giudiziali civili concernenti tempi e modi degli affidamenti temporanei del figlio della coppia al coniuge separato della B.. Sicché in rapporto alla sufficiente descrizione della condotta criminosa non può ritenersi violato il disposto dell'art. 521 cpp (v. Cass. Sez. 6, 16.9.2004 n. 437/05, Verdiani, rv. 230858), l'imputata avendo contezza di doversi difendere da una accusa relativa ad una serie di sue ipotizzate condotte omissive ai sensi dell'art. 388 co. 2 cp, sebbene non specificamente elencate nell'imputazione. Tuttavia con la scarna sentenza del 27.1.2006 il Tribunale di Erma ha ritenuto di dover operare tale opportuna specificazione, delimitando la latitudine dell'accusa a due soli episodi - in continuazione tra loro - realizzati, come visto, il omissis e l'omissis.

La Corte di Appello, esclusa la responsabilità della B. per il secondo episodio dell'omissis, ha ritenuto di confermarne la responsabilità per l'episodio del omissis e per altri non meglio indicati episodi succedutisi in continuazione criminosa tra loro, operando una riespansione - se così può dirsi - dell'area di rilevanza penale della complessiva condotta illecita della donna, inclusiva di altri episodi seguiti a quello, considerato iniziale, del omissis.

Ora, se lo spettro dell'accusa in tal modo dilatato non produce - per quel che si è chiarito - una violazione del principio di correlazione ex art. 521 cpp e neppure - sul piano concreto - del divieto di reformatio in peius (art. 597 co. 3 cpp) rispetto alla originaria accusa contestata, non è revocabile in dubbio che la sentenza di appello si mostra del tutto inappagante sotto il profilo della completezza motivazionale. Di tal che è fondata la speculare critica di carenza motivazionale che, nell'ambito del medesimo primo motivo di impugnazione, la ricorrente muove alla sentenza di secondo grado.

Nell'estendere l'accusa rispetto ai confini tracciatine dalla sentenza del Tribunale, che ha preso in esame due unici episodi criminosi (e per i quali ha pronunciato condanna) tra i forse più episodi ripercorribili nella generale condotta dell'imputata, la Corte di Appello non può considerare assolto l'obbligo di motivazione ex art. 546 cpp, facendo generico e solo assertivo riferimento ad una pluralità di episodi elusivi delle disposizioni del giudice civile della separazione riferibili alla B. oltre a quello del omissis (“in più occasioni”), per i quali cumulativamente ritiene debba essere in parte qua confermata la penale responsabilità della ricorrente. I giudici di appello ancor più avrebbero dovuto indicare nelle loro componenti fattuali e soggettive, pur in forma sintetica, le ulteriori specifiche manifestazioni del contegno illecito della donna integrative della parzialmente confermata sussistenza della fattispecie di cui all'art. 388 co. 2 cp, sol che si osservi che la confermata responsabilità dell'imputata è basata - oltre che sulle dichiarazioni della persona offesa - sulle tracce documentali costituite per la vicenda del omissis dal certificato medico esibito nell'occasione dalla donna, che semplicisticamente si assume essere stato provocato dalle strumentali indicazioni della medesima sui disturbi lamentati dal figlioletto. In additiva rilevante contraddizione con il vaglio dell'omologo certificato medico (in forma vaga surrogato dalla testimonianza del sanitario redattore, che pur ha richiamato le indicazioni materne sullo stato di malattia del bambino) relativo all'episodio dell'omissis, per il quale i giudici di secondo grado hanno reputato di dover mandare assolta la B. con ampia formula liberatoria (insussistenza del fatto reato).

B. Ma, se carente deve stimarsi la sentenza impugnata quanto ad esauriente ricostruzione dei singoli fatti di reato ascritti all'imputata, altrettanto evidente è la lacunosità della decisione nel dare risposta alle censure formulate con l'atto di appello avverso la sentenza del Tribunale, sì che interamente fondato è il secondo motivo di ricorso dell'imputata. Se la sentenza di primo grado si segnala per la concisione del percorso valutativo in essa enunciato, è agevole constatare che altrettanto deficitario risulta il testo della sentenza di appello, che - nel richiamarsi alla menzionata credibilità delle accuse provenienti dal marito dell'imputata - omette di prendere in esame i passaggi referenziali della tesi difensiva esposta dalla B. nell'atto di appello, a proposito della quale nessuna traccia è rinvenibile nel corpo della motivazione, neppure in lato senso di inidoneità a scalfire la tesi accusatoria imperniata sulle accuse dell'ex marito della donna.

La sentenza della Corte di Appello di Caltanissetta, tralasciando di rispondere alle censure proposte dall'appellante imputata nei confronti della sentenza di primo grado, è venuta meno all'obbligo di motivazione (art. 606 - co. 1, lett. e - cpp) connesso alla sua funzione di giudice del gravame di merito e la conseguenza non può che essere quella dell'annullamento con rinvio per un nuovo giudizio (cfr., ex plurimis, da ultimo: Cass. Sez. 6, 12.6.2008 n. 35346, Bonarrigo, rv. 241188; Cass. Sez. 6, 12.2.2009 n. 12148, Giustino, rv. 242811).

La decisione impugnata, muovendosi nella scia della sentenza del Tribunale, al pari di questa non ha in alcun modo valutato, a tacer d'altro, l'effettiva sussistenza dell'elemento psicologico del reato ascritto all'imputata (si tratti del solo episodio del omissis o anche di altri successivi analoghi episodi non meglio individuati). Posto che la B. ha sostenuto di non aver voluto impedire al marito di avere contatti con il bambino, essendosi soltanto preoccupata di tutelare la salute del piccolo (esigenza che, in definitiva, costituisce criterio ispiratore della norma incriminatrice di cui all'art. 388 co. 2 cp: v. Cass. Sez. 6, 16.3.1999 n. 7077, Antonietti, rv. 214690), i giudici di appello non si sono curati di verificare la consistenza di tale assunto difensivo (rispetto al quale effettivamente le accuse provenienti dal marito della donna non acquistano decisivo valore escludente). Né i giudici di secondo grado hanno accertato il configurarsi o meno di eventuali situazioni suscettibili di ricondurre il contegno antigiuridico della B. nell'area di un presunto stato di necessità (o altra scriminante putativa) in rapporto alla asserita esigenza di tutelare l'effettivo interesse del bambino, piuttosto che coltivare il proposito di vulnerare l'interesse del marito a frequentarlo nei modi previsti in sede di separazione.

La sentenza impugnata deve essere, quindi, annullata con rinvio degli atti ad altra sezione della Corte di Appello di Caltanissetta perché proceda a nuovo giudizio, nel quale colmerà le omissioni valutative palesate dalla motivazione come dianzi indicate, uniformandosi - per gli effetti di cui all'art. 627 cpp - alla soluzione delle questioni di diritto incidentalmente vagliate con l'odierna decisione di legittimità. Non senza osservarsi che, avendosi riguardo al combinato disposto degli artt. 157 e 161 cp (come novellati dalla L. 251/2005), ai fini della prescrizione del reato deve essere computato un complessivo termine di sospensione (dovuto a differimenti di udienze per motivi non istruttori) pari a tre mesi e ventisette giorni (sicché, salve ulteriori sospensioni del termine, il reato continuato e i suoi eventuali singoli segmenti attuativi sono destinati a prescriversi in epoca non anteriore al 6.5.2010).

 

P.Q.M.

 

La Corte di Cassazione annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Caltanissetta.

 

Cassazione Sezione I Civile Sentenza n. 3798/2008:

"L'art. 13, comma 2, della Convenzione de L'Aja del 1980 sulla sottrazione internazionale di minori riguarda un'ipotesi di esclusione dell'ordine di rimpatrio che ricorre allorché il minore vi si oppone, sempre che costui abbia raggiunto "un'età ed un grado di maturità" tali da giustificare il rispetto della sua opinione. Nell'indagine sul raggiungimento da parte del minore di un'adeguata capacità di discernimento, al fine di esprimere una volontà idonea ad opporsi al rimpatrio, il giudice non è tenuto a procedere all'audizione del minore secondo modalità particolari, in particolare procedendo all'esperimento di una consulenza tecnica d'ufficio, purché le ragioni del rifiuto siano adeguatamente motivate"."

 

 

Ecco la sentenza:

Il Tribunale per i minorenni di Milano con decreto 28.8.2008 accoglieva l'istanza presentata da P. R., madre del minore P. P., per ottenere, ai sensi dell'art. 7 legge 15.1.1994, n. 64, in riferimento agli artt. 12, 13, 29 della Convenzione dell'Aja del 25.10.1980 e all'art. 11 Regolamento CE 2201/2003, la riconsegna ed il rimpatrio del figlio nato dalla convivenza con C. P.

 

Venuta meno la convivenza tra i genitori, nel maggio 2005 la P. aveva adito il Tribunale per i minorenni per chiedere l'affido dei figli N. e P. e per ottenere l'autorizzazione a trasferirsi a Bruxelles per motivi di lavoro. I genitori avevano poi depositato avanti al Giudice onorario una scrittura privata 19.7.2005 con cui avevano concordato che i figli fossero affidati congiuntamente ad entrambi e domiciliati a Bruxelles presso la madre, con facoltà per il padre di trascorrere con essi almeno due fine settimana al mese e due mesi di vacanza durante l'anno. Il Tribunale aveva ratificato l'accordo con decreto 10.1.2006.

 

I minori si erano trasferiti a vivere a Bruxelles dalla fine di agosto 2005 e vi avevano trascorso l'intero anno scolastico, mantenendo i rapporti con il padre. A fine giugno 2006, venuti i ragazzi a trascorrere un week-end in Italia dal padre, mentre N. faceva regolarmente ritorno a Bruxelles, P. rimaneva con quest'ultimo che il 27.6.2006 comunicava alla madre che il figlio non avrebbe più fatto rientro.

 

Mentre la P. si rivolgeva alla Procura della Repubblica per i minorenni, il P. presentava istanza urgente al Tribunale per i minorenni con cui chiedeva di disporre in via cautelare e provvisoria la collocazione del figlio presso di lui.

 

La P. presentava quindi tramite l'Autorità centrale belga in data 13.7.2006 ricorso ai sensi della Convenzione dell'Aja. Il padre si costituiva in giudizio, lamentando il rischio che in caso di ritorno a Bruxelles il minore fosse esposto a pericoli fisici per la preannunciata intenzione di fuggire da casa e psichici per lipotimia e comunque si venisse a trovare in una situazione intollerabile.

 

Il Tribunale procedeva all'audizione delle parti e del minore e quindi pronunciava il ricordato decreto. Osservava che non sussisteva il fondato rischio per il minore di essere esposto per il fatto del ritorno a Bruxelles a pericoli fisici e psichici e comunque una situazione rientrante nella previsione dell'art. 13 lett. b) Convenzione di Bruxelles. Il minore aveva infatti reso una descrizione della vita a Bruxelles con la madre e la sorella priva di eventi traumatici, con una vita variamente articolata tra scuola, sport e divertimenti, simile alla vita pregressa in Italia e con una sostanziale integrazione nel nuovo ambiente. Dalle descrizioni fornite da P. la madre non risultava né assente né dedita a maltrattamenti, anche se certamente severa. La stessa relazione della psicologa consulente di parte, che aveva somministrato al bambino dei test, non evidenziava specifici elementi di negatività legati al rapporto con la madre.

 

Non vi era stato calo di rendimento scolastico.

 

Non poteva autorizzarsi la permanenza di P. in Italia in violazione del diritto di custodia della madre sulla base della volontà manifestata in tal senso dal bambino, ancorché espressa in modo reiterato e deciso. La questione relativa al miglior collocamento di P. andava decisa nella sede competente, avanti al giudice naturale e quindi non in sede di procedimento di riconsegna o rimpatrio.

 

Ancora il Tribunale sottolineava che sussisteva una situazione di sofferenza di P., ma tale situazione nasceva dalla situazione emotiva del bambino, i cui parametri erano alterati e parziali.

 

Da tale punto di vista una parte della responsabilità era del padre che aveva assecondato le fantasie di P. in ordine al rientro in Italia, senza tentare di risolvere i problemi del bambino insieme all'altro genitore o in sede giudiziaria. Il P. trattenendo il minore in Italia aveva lasciato tutta la responsabilità della scelta su quest'ultimo, per poi rivolgersi all'Autorità giudiziaria soltanto dopo il fatto compiuto. Avverso il decreto ricorre per cassazione il P. articolando quattro motivi. Resiste con controricorso la P.

 

Motivi della decisione

 

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione dell'art. 12 della Convenzione di New York, dell'art. 13, comma 2, della Convenzione dell'Aja del 25.10.1980, dell'art. 6 capo b) della Convenzione di Strasburgo del 1996. Sottolinea che la verifica della capacità di discernimento del minore ai sensi dell'art. 13, comma 2, della Convenzione dell'Aja deve essere un atto dovuto e propedeutico alla decisione di avviare la procedura di ascolto, che può essere omessa soltanto quando sia appurato in concreto che il minore non è assolutamente in grado di distinguere ciò che è bene o male per lui. Il Tribunale per i minorenni non avrebbe motivato in ordine alle ragioni per cui non era stata accolta la richiesta del P. che il minore venisse sentito alla presenza di personale qualificato.

 

Ancora il Tribunale non avrebbe effettuato gli approfondimenti necessari richiesti dalla Convenzione di Strasburgo prima di adottare qualsiasi decisione. Non si sarebbe preoccupato di avere informazioni sufficienti e non avrebbe tenuto debito conto dell'opinione espressa dal minore, riconoscendo implicitamente la “sufficiente capacità di discernimento". Il ricorrente ha pertanto formulato il seguente quesito "Nel caso in cui il Tribunale per i Minorenni sia chiamato a decidere sull'esistenza dei presupposti di applicabilità dell'art. 13 lett. B) della Convenzione dell'Aja del 1980, il mancato accertamento della capacità di discernimento del minore, da effettuarsi con specifici strumenti medici, è da considerarsi violazione delle norme previste dall'art. 12 della Convenzione di New York, dell'art. 13, comma 2, della Convenzione dell'Aja del 1980 e dell'art. 6, capo b) della Convenzione di Strasburgo?".

 

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce difetto e contraddittorietà della motivazione. Il provvedimento impugnato non avrebbe considerato importanti elementi probatori, come si evincerebbe dal fatto che in una nota (p. 5, note, decr. impugnato) si da atto che il minore ha reso dichiarazioni non verbalizzate. Difetterebbe pertanto l'indagine sulla completezza della volontà del minore desumibile soltanto dalla verbalizzazione integrale. Inoltre il Tribunale avrebbe utilizzato ai fini della motivazione dichiarazioni non verbalizzate, che di conseguenza non potevano essere considerate rilevanti. Ancora la motivazione sarebbe contraddittoria avendo espresso l'avviso che la volontà del minore di non rientrare a Bruxelles fosse stata manifestata in modo reiterato e deciso e subito dopo ritenuto che tale volontà derivasse da una situazione emotiva in cui parametri erano alterati e parziali.

 

3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione dell'art. 115 c.p.c. ed omessa valutazione delle prove.

 

La Convenzione dell'Aja del 1980 non fornisce la definizione di residenza abituale, che va desunta dalle norme di diritto interno - artt. 43 e 144 c.c. - che debbono armonizzarsi con quelle convenzionali. Il concetto di residenza abituale espresso dalla Convenzione s'identifica, secondo la giurisprudenza, nella cd. residenza affettiva, vale a dire il luogo in cui il minore custodisce e coltiva i suoi più radicati e rilevanti legami affettivi e i suoi reali interessi. Poiché P. aveva trascorso nove anni della propria vita a Milano e otto mesi a Bruxelles, ne derivava che la residenza affettiva andava identificata in Milano.

 

Il Tribunale di Milano nel ritenere diversamente avrebbe motivato in termini succinti, sì che la motivazione espressa sarebbe censurabile in cassazione. Ancora il Tribunale avrebbe omesso di valutare molti elementi probatori offerti dal ricorrente, tra cui le lettere del minore al padre, da cui si evincerebbe la solitudine, la paura, la nostalgia, i disagi fisici, poi sfociati nel tentativo di fuga posto in atto dopo l'emanazione del provvedimento del Tribunale per i minorenni. Il Tribunale non avrebbe considerato il grave rischio di un pericolo fisico per il minore.

 

4. Va preliminarmente esaminata l'eccezione sollevata dalla controricorrente di inammissibilità del ricorso per difetto d'interesse, essendo pacifico, si afferma, che il provvedimento ha avuto esecuzione e che il suo eventuale annullamento non potrebbe portare ad alcun risultato pratico. L'eccezione è infondata. Se è vero, infatti, come ha osservato il Tribunale, che spetta al giudice naturale la cognizione del giudizio per la modifica dei provvedimenti in ordine alla custodia del minore, esaurendosi il provvedimento relativo al rimpatrio con l'avvenuta esecuzione, va subito aggiunto che la controricorrente afferma, ma non dimostra in alcun modo che il provvedimento impugnato abbia avuto esecuzione. Né può questa Corte a tanto provvedere d'ufficio.

 

5. Il primo motivo di ricorso non è fondato. Sostiene il ricorrente che dal combinato disposto degli artt. 12 della Convenzione di New York, 13, comma 2, della Convenzione dell'Aja del 1980 e 6, capo b) della Convenzione di Strasburgo, si ricaverebbe l'obbligo per il giudice, nell'ambito del procedimento diretto al rimpatrio del minore, di procedere all'audizione dello stesso tutte le volte in cui sia accertata la sua capacità di discernimento. Tale audizione avrebbe dovuto essere effettuata con il ricorso a personale medico e non direttamente dal giudice, in conformità alle istanze svolte in tal senso dal P. Va premesso che l'art. 13, comma 2, della Convenzione de L'Aja riguarda un'ipotesi di esclusione dell'ordine di rimpatrio (per la quale non è richiesto il rischio di pericolo fisico o psichico o, comunque, di trovarsi in una situazione intollerabile), che ricorre allorché il minore vi si oppone, sempre che costui abbia raggiunto "un'età ed un grado di maturità" tali da rendere "opportuno tener conto del suo parere". L'indagine sulla maturità del minore è testualmente subordinata al compimento di un'età (e di un grado di maturità) del soggetto, al di sotto della quale - secondo comuni nozioni di esperienza e prudenza, apprezzabili dal Giudice del merito - è sconsigliabile dar peso decisivo al suo parere, se contrastante con la presunzione, sulla quale è fondata la Convenzione, di prevalente interesse del minore illecitamente sottratto a tornare presso l'affidatario. (Cass. 27.7.2007, n. 16753). Le modalità con cui il giudice accerta la sussistenza della capacità di discernimento del minore non sono preordinate dalla Convenzione, sì che il giudice non è tenuto a procedere a consulenza tecnica medico-legale, com'è stato chiesto dal ricorrente. L'art. 11, comma 2, Regolamento CE 2201/2003 nel regolare il procedimento previsto dalla Convenzione dell'Aja dispone poi che "Nell'applicare gli articoli 12 e 13 della convenzione dell'Aia del 1980, si assicurerà che il minore possa essere ascoltato durante il procedimento se ciò non appaia inopportuno in ragione della sua età o del suo grado di maturità", senza prescrivere che l'audizione del minore debba" avvenire in forme particolari. Anche gli artt. 12, comma 2, Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (che fa obbligo di dare al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un organo appropriato, in maniera compatibile con le regole di procedura della legislazione nazionale") e 6, lett. b) della Convenzione di Strasburgo del 25.1.1996 sui diritti dei bambini (che prevede che, nel caso in cui il bambino abbia un discernimento sufficiente, si debba "consulter dans les cas appropriés l'enfant personnellement, si nécessaire en prive, elleméme ou par 1'intermédiaire d'autres personnes ou organes, sous une forme appropriee à son discernement, à moins que ce ne soit manifestement contraire aux intéréts supérieurs de l'enfant”) non fanno obbligo di procedere all'audizione del minore secondo modalità particolari, rimettendo anzi la Convenzione di Strasburgo l'eventuale opzione per una modalità protetta o con l'intervento di esperti al prudente apprezzamento del giudice.

 

Nel caso in esame il Tribunale ha chiaramente sottolineato che l'esperimento di indagini più approfondite sulla personalità del minore, tra cui anche un'eventuale c.t.u., si sarebbe resa opportuna nel futuro ed eventuale giudizio avanti al giudice naturale in ordine alla modifica delle condizioni di affidamento e custodia, ma era superflua in sede di provvedimento urgente sul rimpatrio, anche alla luce della circostanza che era stata acquisita agli atti la relazione redatta dal c.t. di parte ricorrente. Ed è costante nella giurisprudenza di questa Corte il rilievo che il mancato ricorso alla consulenza tecnica o comunque alla collaborazione di un esperto è sindacabile in sede di legittimità soltanto in quanto non adeguatamente motivato, rientrando altrimenti nell'ambito dei poteri discrezionali del giudice (cfr. ex multis Cass. 27.10.2004, n. 20814; Cass. 4.6.2007, n. 20814). Nel caso in esame il Tribunale per i minorenni ha ritenuto che la volontà di P. di restare in Italia con il padre scaturisse da una situazione emotiva del bambino alterata, che derivava dal comportamento del padre che aveva alimentato le speranze del minore di ritornare in Italia senza affrontare insieme all'altro genitore le difficoltà vere o presunte che il minore incontrava ad inserirsi nel nuovo ambiente di Bruxelles e senza in alternativa rivolgersi al giudice. In sostanza C. P. aveva lasciato gravare su P. l'intera responsabilità della scelta di non rimpatriare, per rivolgersi al giudice soltanto dopo e tardivamente.

 

Il Tribunale ha dunque adeguatamente motivato le ragioni per cui riteneva la volontà di P. di restare in Italia non sufficiente per non procedere al rimpatrio presso il genitore cui era affidata la custodia del minore e tale apprezzamento, in quanto adeguatamente motivato, è incensurabile in questa sede (cfr. ancora Cass. 27.7.2007, n. 16753). Occorre pertanto formulare il seguente principio di diritto: "L'art. 13, comma 2, della Convenzione de L'Aja del 1980 sulla sottrazione internazionale di minori riguarda un'ipotesi di esclusione dell'ordine di rimpatrio che ricorre allorché il minore vi si oppone, sempre che costui abbia raggiunto "un'età ed un grado di maturità" tali da giustificare il rispetto della sua opinione. Nell'indagine sul raggiungimento da parte del minore di un'adeguata capacità di discernimento, al fine di esprimere una volontà idonea ad opporsi al rimpatrio, il giudice non è tenuto a procedere all'audizione del minore secondo modalità particolari, in particolare procedendo all'esperimento di una consulenza tecnica d'ufficio, purché le ragioni del rifiuto siano adeguatamente motivate".

 

6. Il secondo motivo è in parte inammissibile. Nell'affermare che il Tribunale avrebbe omesso di valutare importanti elementi probatori, perché, come risulta da una nota in calce ad un passo della motivazione del decreto impugnato (nota 7, p. 4), alcune dichiarazioni del minore non sarebbero state verbalizzate, il ricorrente non indica quali sarebbero tali dichiarazioni (risulta dal decreto impugnato che P. è stato sentito in udienza e quindi in presenza delle parti) e formula pertanto una censura generica. Né può ritenersi che l'aver considerato dichiarazioni rese dal minore in presenza delle parti, ancorché non verbalizzate, rientri nella previsione dell'art. 360, comma 1, n. 5. c.p.c. per non aver valutato in modo complessivo la volontà del minore. Può anzi sottolinearsi che è semmai vero il contrario, avendo il Tribunale cercato, in uno sforzo di completezza, di considerare anche dichiarazioni rese dal minore che non erano state verbalizzate. Infine è infondata la censura con cui il ricorrente sostiene che la motivazione del Tribunale sarebbe contraddittoria per aver sostenuto dapprima che la volontà del minore di rimanere in Italia sarebbe stata espressa più volte e in modo deciso e poi che tale volontà era viziata da una situazione emotiva alterata. Le due circostanze infatti non sono affatto incompatibili. È ben possibile che la volontà di un soggetto sia da un lato assolutamente decisa e costante e dall'altro che essa si fondi su una visione alterata della realtà, in presenza di forti fattori emotivi.

 

7. Anche il terzo motivo non è fondato. Il ricorrente lamenta che il Tribunale non abbia adeguatamente motivato in ordine alla sussistenza del requisito della residenza abituale del minore a Bruxelles, che costituisce il presupposto per invocare la tutela prevista dall'art. 3 della Convenzione dell'Aja del 1980. In proposito questa Corte ha sottolineato che in tema di sottrazione internazionale del minore, per azionare le regole di applicabilità della Convenzione de L'Aja 25 ottobre 1980 ed accertare l'illiceità del trasferimento, o del mancato rientro, del minore, occorre verificare, da un lato, che il trasferimento o il mancato rientro siano avvenuti in violazione dei diritti di custodia o di affidamento assegnati ad una persona, istituzione o ogni altro ente, congiuntamente o individualmente, in base alla legislazione dello Stato nel quale il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima del trasferimento o del mancato rientro, e, dall'altro, che tali diritti siano effettivamente esercitati, congiuntamente individualmente, al momento del trasferimento del minore o del mancato rientro, o avrebbero potuto esserlo se non si fossero verificate tali circostanze (Cass. 28.12.2006, n. 27593). Quanto alla nozione di residenza abituale si è affermato che essa corrisponde ad una situazione di fatto, dovendo per essa intendersi il luogo in cui il minore, in virtù di una durevole e stabile permanenza, anche di fatto, ha il centro dei propri legami affettivi, non solo parentali, derivanti dallo svolgersi in detta località della sua quotidiana vita di relazione, il cui accertamento è riservato all'apprezzamento del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, se congruamente e logicamente motivato (Cass. 19.10.2006, n. 22507; Cass. 14.7.2006, n. 16092). Ora il Tribunale per i minorenni ha adeguatamente motivato (sia pur con rilievi svolti diffusamente in tutto il provvedimento) in ordine alla sussistenza del requisito della residenza abituale di P. individuandolo in Bruxelles alla luce del fatto che: a) il trasferimento era avvenuto da più di otto mesi a seguito dell'accordo tra i genitori, ratificato dal Tribunale; b) P. frequentava la scuola ed era inserito adeguatamente, praticando sport e divertimenti ed avendo adeguate frequentazioni con coetanei; c) Bruxelles era la residenza della madre, cui era stata attribuita la custodia del minore, e della sorella N., con cui viveva. Va pertanto in proposito ribadito il seguente principio di diritto: “In tema di sottrazione internazionale di minori la nozione di residenza abituale del minore, prevista dall'art. 3 della Convenzione dell'Aja del 1980, va individuata con riferimento al luogo in cui il minore, in virtù di una durevole e stabile permanenza, anche di fatto, ha il centro dei propri legami affettivi, non solo parentali, derivanti dallo svolgersi in detta località della sua quotidiana vita di relazione, il cui accertamento è riservato all'apprezzamento del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, se congruamente e logicamente motivato".

 

8. Il secondo profilo del terzo motivo di ricorso è in parte inammissibile, là dove lamenta che il Tribunale non abbia esaminato elementi di prova, senza peraltro specificarli sì che per questo aspetto la censura è generica, ed in parte è infondato. Infatti non risponde a verità che il Tribunale non abbia esaminato le lettere del minore al padre, tanto che tali lettere sono citate nelle note in calce alla motivazione del provvedimento impugnato (cfr. nota 8, pag. 5) né che non abbia valutato il pericolo di danni fisici in cui poteva incorrere P., avendo anzi escluso il pericolo di un pregiudizio di tal tipo in base al rilievo che il bambino appariva adeguatamente inserito nel nuovo ambiente ed aveva anche un buon rendimento scolastico. Né infine la Corte può prendere in esame fatti sopravvenuti, come la tentata fuga di P., neppure documentati. Il ricorso va pertanto rigettato. Le spese seguono la soccombenza e vanno poste a carico del ricorrente, liquidate in Euro 3.100,00, di cui Euro 3.000 per onorari.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 3.100,00, di cui Euro 3.000,00 per onorari, oltre spese generali ed accessorie come per legge.

 

Assegno Divorzile:

Cassazione sez. I civile del 30 marzo 2009, n. 7614

Assegno divorzile ,famiglia,,divorzio,condizioni economiche

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

PRIMA SEZIONE CIVILE

Svolgimento dal processo

**** chiedeva al Tribunale di Pordenone pronunzia di cessazione degli effetti civili del matrimonio da  lei, contratto con **** con concessione di un assegno divorzile di euro 2.065,83 mensili.

**** non si opponeva alla richiesta di declaratoria di cessazione degli effetti civili del matrimonio ma contestava la domanda di liquidazione dell’assegno divorzile, assumendo che non ne

ricorrevano  le condizioni di legge. Il Tribunale adito con sentenza in data 10.8.2004 dichiarava cessati gli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato fra le parti e condannava **** a corrispondere all’ex moglie un assegno divorzile per un importo di euro 1.500 al mese.

Avverso la decisione del Tribunale di Pordenone proponeva appello **** assumendo che non ricorrevano i presupposti, per la concessione all’ex moglie di un assegno divorzile, posto che la stessa non si trovava in stato di bisogno, il loro tenore di vita, durante la convivenza, era stato bassissimo per scelta condivisa dei coniugi, la **** non aveva dimostrato di avere cercato un nuovo posto di lavoro, irrilevante era la circostanza relativa alla sua necessità di mantenere una figlia, essendo stata la bambina concepita con altro uomo, il matrimonio delle parti era durato solo due anni.

La Corte di appello di Venezia accoglieva per quanto di ragione il gravame riducendo l’ammontare dell’assegna divorzile ad euro 1100 al mese. Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello propone ricorso, il **** fondato su due motivi, illustrati con memoria, la **** Resiste con controricorso -

Motivi della decisione

Con il primo mezzo di cassazione **** lamenta insufficienza e contraddittorietà della motivazione Circa un punto decisivo della controversia nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 115

C.P.C. e 2697c.c.. Assume il ricorrente che la Corte d’appello ha errato nel ritenere che spettasse ad esso ricorrente fornire la prova che la ****, dopo il suo licenziamento, avesse continuato a lavorare o fosse in grado di svolgere un’attività lavorativa remunerativa.

Nel vigente ordinamento è regola generale che l’onere della prova gravi su chi alleghi o debba allegare una determinata circostanza; la motivazione della Corte d’appello sovverte tale regola e si pone quindi in contrasto con il dato normativo che subordina l’obbligo di pagamento dell’assegno divorzile, in favore del coniuge più debole, alla carenza in capo allo stesso di mezzi sufficienti a garantirgli il medesimo tenore di vita, goduto in pendenza di matrimonio, e comunque all’impossibilità del coniuge richiedente di procurarsi tali mezzi.

Nella specie la **** non si è preoccupata di provare di avere cercato un lavoro, avendo preferito concepire una figlia con altro uomo.

Con il secondo motivo il ricorrente censura l’impugnata sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 5 L. 1.12.1970 n 898 nonché per illegittimità della motivazione.

La Corte d’appello ha liquidato in favore della **** un assegno divorzile di euro 1.100 vale a dire per un ammontare pari allo stipendio che percepiva durante il pregresso rapporto di lavoro.

Ciò vuole dire che se la controricorrente avesse continuato a lavorare non avrebbe avuto diritto ad alcun assegno in quanto la separazione prima ed il divorzio poi erano dipese da incompatibilità di carattere, il contributo dato dalla **** alla conduzione familiare era stato modesto, nessun contributo economico è stato apportato dalla controricorrente alla formazione del patrimonio dell’ex marito.

Il ricorso è infondato.

Si osserva, in relazione al primo motivo, che la Corte d’appello ha fondato la sua decisione non già sulla base di una inversione dell’ onere della prova, ma su fatti acquisiti al giudizio quali: florida situazione economica dell’ **** o disoccupazione della **** a decorrere dall’ottobre 2003, età della stessa, sua recente maternità e sue specifiche qualifiche professionali, definite dalla Corte di livello medio ed enfatizzate in senso positivo dal senza prova alcuna.

L’onere della prova in ordine alla sussistenza di particolari attitudini lavorative della **** è stata dal giudice di merito rettamente addossata al **** essendo state tali qualità eccepite dal ricorrente, al fine di contestare la situazione economica della controricorrente così come risultante dagli atti.

Pertanto essendo risultato in base alle circostanze acquisite al giudizio che la situazione delle due parti in causa era particolarmente equilibrata, in favore del ricorrente, che il tenore di vita della coppia, in costanza di matrimonio, era potenzialmente elevato in base al rilevante reddito prodotto dal … omissis … che la controricorrente non era in grado di procurarsi un reddito che le consentisse di mantenere il pregresso tenore di vita esattamente la Corte territoriale ha posto a carico del ricorrente l’onere di corrispondere all’ex moglie un assegno divorzile per un ammontare peraltro modesto in relazione al suo reddito, senza con ciò sovvertire i principi vigenti in ordine all’onere della prova, essendo stato, posto a carico del ricorrente, dalla Corte territoriale, solo la mancata prova di circostanze dallo stesso eccepite, prima fra le quali, come su detto, la particolare professionalità dell’ex moglie. Il primo motivo va pertanto disatteso. Inammissibile deve poi ritenersi il secondo motivo, posto che lo stesso non contiene censure avverso l’impugnata sentenza, ma esclusivamente considerazioni su circostanze  che, a giudizio del **** se ricorrenti ed attuali, avrebbero escluso il diritto della **** alla percezione di un assegno divorzile.Considerazioni e non censure che in quanto tali non incidono sulla motivazione dell’impugnata sentenza.

Infine giova rilevare, per mera completezza di esposizione, che le argomentazioni svolte dal **** nella memoria depositata ai sensi del’art. 378 c.p.c. non sono idonee a giustificare una modifica della giurisprudenza fin qui consolidatasi che, ai fini della determinazione del tenore di vita, fa riferimento alle potenzialità della coppia (Cass. civ. sez. I 12.07.2007 n 15610; cass. civ. sez. I 28.02.07 n 4764; cass. civ. sez. I 07.05.2002 n 6541) e che si ritiene quindi di confermare.

Il ricorso va pertanto interamente respinto.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

respinge il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, che si liquidano in complessive euro 1.800/00 di cui euro 200/00 per esborsi oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.

Sentenza della Cassazione in tema di diritto di visita:

Cassazione penale Sez. VI, Sentenza 8 luglio 2009, n. 27995 - (711)

In tema di Divorzio,ferie,affidamento,diritto di visita,violenza privata

 

Fatto e diritto

 

1 - Il Tribunale di Agrigento - sezione di Canicattì -, con sentenza 22/3/2005, dichiarava L.F. colpevole del reato di cui all'art. 388 c.p. (per avere eluso il provvedimento del giudice civile in ordine all'affidamento del figlio minore A., impedendo al padre, G. L., di tenerlo con sé nel periodo stabilito) e la assolveva dal reato di tentata violenza privata (per avere tentato di costringere il marito, con la minaccia di non fargli vedere il figlio, a corrispondergli l'assegno mensile stabilito in sede di separazione) perché il fatto non sussiste.

 

2 - La Corte d'Appello di Palermo, investita dai gravami dell'imputata e del P.G., con sentenza 23/11/2005, riformando in parte la decisione di primo grado, dichiarava la F. colpevole anche di tentato esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 393 c.p.), cosi qualificata l'originaria imputazione ex artt. 56-610 c.p., unificava i due reati sotto il vincolo della continuazione, rideterminava la pena, tenuto conto delle già concesse attenuanti generiche, in giorni venti di reclusione, sostituiti con euro 760,00 di multa, e confermava nel resto la pronuncia impugnata.

 

3 - Ha proposto ricorso per cassazione l'imputata, lamentando la violazione della legge penale e il vizio di motivazione: a) quanto al reato di cui all'art. 388 c.p., ha stigmatizzato lo scarso interesse del L. ad intrattenere rapporti significativi col figlio, tanto che quest'ultimo, a lei affidato, non aveva dimostrato alcuna disponibilità ad allontanarsi, nel mese di omissis, dal suo ambiente abituale, sicché la scelta da lei fatta era stata determinata dalla sola ragione di evitare un trauma al bambino; b) quanto al reato di cui agli artt. 56-393 c.p., nessuna prova affidabile era stata acquisita.
Il ricorso non è fondato.
Rileva la Corte, in ordine alla prima doglianza, che l'elusione dell'esecuzione del provvedimento giurisdizionale adottato in sede di separazione dei coniugi si realizza anche attraverso la mancata ottemperanza al provvedimento medesimo. “Eludere”, infatti, significa frustrare, rendere vane le legittime pretese altrui e ciò anche attraverso una mera omissione, che, nella specie, è consistita nel rifiuto della F., alla quale era affidato il bambino, di far sì che lo stesso trascorresse col padre il periodo di vacanza prestabilito. L'asserito esercizio del diritto-dovere di avere agito esclusivamente nell'interesse del minore, che avrebbe manifestato indisponibilità ad allontanarsi, sia pure temporaneamente, dal suo ambiente abituale, è rimasto indimostrato. Non va, peraltro, sottaciuto che rientra nei doveri del genitore affidatario quello di favorire, a meno che sussistano contrarie indicazioni di particolare gravità, il rapporto del figlio con l'altro genitore, e ciò proprio perché entrambe le figure genitoriali sono centrali e determinanti per la crescita equilibrata del minore. L'ostacolare gli incontri tra padre e figlio, fino a recidere ogni legame tra gli stessi, può avere effetti deleteri sull'equilibrio psicologico e sulla formazione della personalità del secondo.

 

Non risulta che la F. si sia mossa nella direzione che il suo dovere di madre, a prescindere da spinte egoistiche, le imponeva a tutela della posizione del figlio, né risulta una situazione che rendeva impraticabile l'affidamento, sia pure temporaneo, del minore al padre, situazione che, peraltro, se reale, avrebbe dovuto essere rappresentata tempestivamente alla competente Autorità Giudiziaria per gli opportuni provvedimenti.

 

La seconda censura è assolutamente generica e non idonea a porre in crisi gli argomenti che il Giudice a quo ha posto a base del ritenuto reato di cui agli artt. 56-393 c.p., provato dalla precisa e attendibile testimonianza del L., destinatario della telefonata ricattatoria da parte della moglie, che, per indurlo a rispettare più puntualmente i suoi obblighi di natura economica, aveva minacciato di ostacolare in ogni modo gli incontri tra padre e figlio, circostanza quest'ultima che rappresenta - tra l'altro - una ulteriore conferma della fondatezza del primo capo d'accusa.
Il ricorso deve, pertanto, essere rigettato. Consegue, di diritto, la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.


P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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