Articoli del 26/02/2012:

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Differenza tra Affidamento Condiviso ed Affidamento Alternato:

 L’affido condiviso era già regola generale dal 1981 in Svezia, Grecia e Spagna; dal 14 ottobre 1991 in Inghilterra con il Children Act, in Francia con la legge dell’8 gennaio 1993, in Germania con la legge 1 giugno 1998. In questa ottica la legge 54/2006, in linea con i principi sanciti dalla Convenzione di New York del 1989 e di Strasburgo del 1996 interviene  con lo scopo di favorire  un rapporto equilibrato con entrambi i genitori anche in caso di dissoluzione della famiglia , sforzandosi di offrire  una tutela uniforme ai figli a prescindere dall’unione tra i genitori e dalle sue possibili vicende.
L’art. 155 c.c. novellato si apre al primo comma con una  petizione di principio sancendo il diritto del figlio, anche in caso di separazione personale dei genitori, di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti ed i parenti di ciascun ramo genitoriale.
E ciò in armonia con il principio già sancito nella Costituzione, all’art. 30, comma 1 ove è scritto che “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”.
E tale principio non viene meno con la separazione, il divorzio, la cessazione della convivenza tra i genitori.
Scaturisce dalla normativa:

1) il diritto dei figli (DIRITTO DELLA PERSONALITÀ)  alla c.d. bigenitorialità, che non rappresenta una rivendicazione del genitore, ma consiste nel diritto oggettivo della prole  di continuare a mantenere un rapporto costante  ed equilibrato  con entrambi i genitori nonostante la crisi del nucleo familiare;

2) il principio della condivisione della responsabilità genitoriale, che implica oggi non solo la conservazione della comune titolarità della potestà genitoriale in capo ad entrambi i genitori, ma anche di regola l’esercizio condiviso della potestà medesima.


La potestà è esercitata in comunione dai coniugi; le decisioni di maggiore importanza relative ad educazione, istruzione e salute  sono assunte  tenendo conto delle capacità , delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni dei figli ai sensi dell’art. 147 c.c.; in caso di disaccordo provvede il giudice.
La locuzione “affidamento condiviso” che il legislatore utilizza sia nell’intitolazione della legge sia nella rubrica del successivo art. 155 bis, rimanda ad un’idea di compartecipazione dei genitori nei compiti di cura e crescita della prole; letteralmente condividere significa “spartire insieme con altri”, di conseguenza ciascun genitore dovrà spartire con l’altro la cura e i compiti educativi del figlio e anche, di regola, l’esercizio condiviso della potestà genitoriale, come regime di responsabilizzazione dei genitori allo scopo di garantire il diritto dei figli ad un rapporto continuativo con entrambi.
L’art. 155, comma 2 prevede che, al fine di garantire la finalità indicata al primo comma e, quindi, di garantire il diritto del figlio minore a mantenere un rapporto continuativo ed equilibrato con entrambi i genitori, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa; valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati ad entrambi i genitori, oppure stabilisce a quali di essi sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore fissando altresì la misura ed il modo in cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, alla istruzione e all’educazione dei figli; prende atto, se non contrari all’interesse del minore, degli accordi interventi tra i genitori.
Il principio cardine della riforma è che l’affidamento ad entrambi i genitori è la regola generale.
Pertanto la norma privilegia come regime normale di affidamento dei minori l’affidamento condiviso che si caratterizza, non già per una impossibile  convivenza del minore con entrambi i genitori  e neppure con un affidamento alternato, spesso dannoso per il minore privato di un habitat stabile, ma nella condivisione da parte dei coniugi dei compiti di cura, educazione ed istruzione del figlio.
La caratteristica saliente dell’affidamento ad entrambi i genitori nel nuovo sistema normativo appare individuabile non tanto nella dualità della residenza o nella parità dei tempi che il minore trascorre con l’uno o con l’altro genitore, bensì nella paritaria condivisione del ruolo genitoriale.
La circostanza che il figlio venga affidato ad entrambi i genitori non esclude la necessità di prevedere quale sia il genitore collocatario del minore, con il quale, quindi, il minore coabiti stabilmente, non essendo verosimile, né per altro verso rispondente all’interesse del minore e alle sue esigenze psicologiche, di crescita ed anche di studio, pensare che lo stesso possa non avere una propria stabile collocazione.
Il minore necessita di un riferimento abitativo stabile e di una organizzazione domestica coerente  con le sue necessità di studio e normale vita sociale.
Sul punto in verità la norma non appare formulata in maniera chiara; tuttavia che tale sia la interpretazione più coerente con il testo della legge lo si desume da una più attenta interpretazione del dato testuale e dalla valorizzazione necessaria di quelli che appaiono i tre compiti fondamentali che la norma ha inteso affidare al giudice e che sono quelli di “valutare” prioritariamente la possibilità che il minore sia affidato ad entrambi i genitori, di “determinare” il collocamento del minore e di “fissare” le modalità di contribuzione.
Non può non evidenziarsi che, laddove il giudice opti per l’affido ad entrambi i genitori, la prevista determinazione giudiziale dei tempi e delle modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore è andata a sostituire il vecchio diritto di visita.
Circa il contenuto del provvedimento giudiziario due sono le tesi emerse,
entrambe, come vedremo, influenzate dalla visione di fondo che si ha della
novella.
Con riferimento al contenuto del provvedimento giudiziale in ipotesi di affido ad entrambi i genitori, secondo un primo orientamento per così dire “ottimista” solo se le parti presentano un progetto educativo condiviso, seppur generico, il giudice non è tenuto ad elaborare un provvedimento dettagliato, potendo limitarsi a stabilire il coniuge collocatario, la residenza del minore, i tempi di permanenza e lasciando la concreta attuazione dei compiti di cura ed educativi agli accordi via via intervenuti tra i coniugi nel tempo.
Se, invece, i coniugi non sono in grado di presentare un progetto condiviso il giudice dovrà articolare il suo provvedimento in maniera dettagliata assegnando a ciascun genitore anche le rispettive sfere di competenza in relazione all’educazione e cura dei figli ed inibendo all’uno ed all’altro di ingerirvisi, fatte salve le decisioni di maggiore importanza.
In base al diverso orientamento “pessimista” nel dare concretezza alle determinazioni dei tempi e dei modi di permanenza del figlio presso ciascun genitore, il giudice non potrà che indicare le modalità minime di presenza del figlio in particolare presso il genitore non collocatario, non potendo pretendersi che il giudice, in assenza di accordo, organizzi la vita quotidiana dei figli e suddivida dettagliatamente compiti e responsabilità; tuttavia, come detto, tali determinazioni dovranno ritenersi “minime”, nel senso che sarà sempre possibile una maggiore ampiezza della presenza del figlio presso il genitore non collocatario e dei compiti di quest’ultimo, previo accordo tra i genitori, poiché ciò risponde alla stessa ratio dell’affido condiviso (e tale possibilità di ampliamento dovrà in via generale sempre essere prevista nel provvedimento giudiziale).
Alcuni autori ritengono che la visione ottimistica sia del tutto irrealizzabile:  un provvedimento iperdettagliato, imposto a dei coniugi
ancora in conflitto, non potrà che aumentare tale conflitto ed anziché tutelare il minore alla fine andrà contro il suo interesse.
E’ impensabile che l’assolvimento dei compiti da parte dei genitori possa
ottenersi con un provvedimento del giudice che non abbia ricevuto l’adesione degli interessati; imporre la condivisione è una contraddizione in termini.
Peraltro l’adesione all’orientamento che richiede al giudice l’emissione di un provvedimento dettagliato, impone necessariamente degli approfondimenti istruttori (il giudice deve cioè necessariamente conoscere le abitudini della famiglia, le attitudini di genitori e dei figli; anzi pare opportuno che anche gli avvocati integrino i loro atti introduttivi con tali informazioni).
La legge valorizza l’autonomia delle parti in ordine agli aspetti esistenziali della vita del minore, atteso che l’art. 155 comma 2 c.c. afferma “il giudice prende atto degli accordi intervenuti tra i genitori se non contrari agli interessi dei figli”.

Ed infatti l’art. 155, comma 2 dispone che il giudice, laddove non contrari all’interesse del minore, prende atto degli accordi intervenuti tra i genitori.
I primi commentatori della riforma concordano sulla necessità che il giudice dia spazio, in prima battuta, sempre e comunque, agli accordi intervenuti tra i genitori; tuttavia non può argomentarsi in termini di ruolo meramente notarile del giudice sul punto.
Sotto tale aspetto la discrezionalità riservata al Giudice, nella estrema varietà dei casi concreti, è estremamente ampia, come è reso evidente dalla lettura delle numerose pronunzie che hanno variamente riempito di contenuto il regime dell’affidamento condiviso.
Per esempio in tema di permanenza del minore, alcune pronunce hanno disposto la eguale permanenza del minore presso ciascun genitore (Tribunale di Chieti 21/07/2006); altre pronunzie hanno regolamentato  un maggior tempo di permanenza del minore con collocazione stabile presso uno dei due genitori e, in difetto di accordo dei genitori, hanno regolamentato il tempo di permanenza presso il genitore non collocatario (Tribunale di Cosenza); altre pronunzie hanno effettuato una distribuzione ratione materiae di spazi di esclusività nell’assunzione della responsabilità genitoriale , in relazione alla gestione concreta di alcune attività del figlio, quali un’attività sportiva o la partecipazione ad un corso.
Si tratta di pronunzie aventi contenuto diverso ed estremamente variegato, che rappresentano il frutto dell’applicazione giurisdizionale della legislazione “per principi generali” adottata dal legislatore nella peculiare materia in esame.
Comunque l’interesse del minore è la bussola che deve orientare la scelta del giudice il quale ben potrà non ratificare un accordo laddove contrario a tale interesse.
Il nucleo centrale della regolamentazione della vita del minore demandata alla volontà delle parti o al Giudice resta, comunque, la determinazione del collocamento del minore in modo stabile  presso uno dei due genitori che, normalmente verrà individuato in quello ritenuto maggiormente  idoneo ai compiti di cura quotidiana e che normalmente diverrà l’assegnatario della casa coniugale.
Si parla di sfida perché l’a.c. implica la necessità da parte dei genitori di coordinarsi e cooperare per il benessere dei figli con l’obiettivo  di stabilire e sperimentare accordi soddisfacenti per sé e soprattutto per i figli.
Occorre considerare che le innovazioni normative non necessariamente trovano corrispondenza immediata nei comportamenti e negli atteggiamenti degli attori sociali coinvolti e nei sistemi di credenze e nelle aspettative che li orientano.
Ma l’affidamento condiviso non può implicare in alcun modo l’incerto e continuo peregrinare del figlio tra le residenze dei genitori, ma a tutela delle esigenze di serenità e stabilità affettiva della prole, implica la determinazione della residenza del minore e la necessità di garantire al genitore che con il figlio conviva stabilmente il godimento della casa coniugale.
L’art. 11 della legge sul divorzio, dopo la riforma del 1987, prevedeva la possibilità di disporre l’affidamento congiunto e l’affidamento alternato, in luogo dell’affidamento monogenitoriale.
Tali possibilità, previste per i coniugi divorziati, furono estese dalla giurisprudenza ai coniugi separati.
L’affidamento alternato è stato immediatamente oggetto di forti critiche in quanto ritenuto fonte di instabilità per il minore.
Con l’affidamento alternato i figli vivono per periodi alterni con l’uno o con l’altro genitore: soluzione scarsamente praticata perché se i genitori si alternano nella casa familiare ne risultano sconvolte sia le loro abitudini che quelle dei figli, per i quali in tal modo l’unico punto di riferimento costante resta solo l’abitazione (vedasi sentenza Trib. di Napoli  22 dicembre 1995); infatti nessun esito hanno avuto i seppur provvisori  provvedimenti presidenziali in cui ad alternarsi nella casa coniugale abitata stabilmente dai figli  erano i genitori separati.
Per il Tribunale di Mantova (11 aprile 1989) se i genitori vivono in case o peggio  in città diverse ne risente l’esigenza a che i figli vivano in un ambiente stabile.
Per la Cassazione (sentenza n.4936/1991) “qualora uno dei genitori appartenga ad una minoranza etnica o linguistica l’esigenza di conservare i relativi valori non può di per sé giustificare l’affidamento alternato del figlio, occorrendo fare preminente riferimento alla necessità di assicurargli  uno sviluppo equilibrato”.
Occorre tenere conto delle esigenze  di stabilità della vita del minore. L’affidamento alternato viene ritenuto fonte di instabilità di vita tale da compromettere l’equilibrio del minore.
La giurisprudenza ha più volte sottolineato  l’insufficienza della casa familiare a costituire l’unico punto di riferimento costante dei figli (Trib. Napoli 22 dicembre 1995 in Famiglia e Diritto 1996 , 459 e segg. – Grimaldi Affid. Cong. Ed alternato tra psicologia e diritto  Dir. Famiglia 1989, 301 e segg.).

L’A. CONDIVISO NON PUO’ IMPLICARE IN ALCUN MODO L’INCERTO E CONTINUO PEREGRINARE DEL FIGLIO TRA RESIDENZE DEI GENITORI.

A tutela delle esigenze di serenità e stabilità affettiva della prole, l’affidamento condiviso  implica la determinazione della residenza del minore e la necessità di garantire al genitore che con il figlio conviva stabilmente  il godimento della casa coniugale.

 

Affidamento condiviso non può e non deve significare alternanza paritaria dei figli tra due case. L’affido condiviso non può realizzarsi  in una pari permanenza temporale dei figli presso ciascun genitore, non significa pari distribuzione di tempi di permanenza del figlio  con l’uno o l’altro genitore, ben potendo essere la distribuzione temporale asimmetrica.
La pari distribuzione temporale è tipica dell’affidamento alternato; pur nel limitatissimo uso che ne è stato fatto nel nostro paese, la forma più sperimentata è stata quella delle settimane alterne per genitori che hanno residenze relativamente vicine e per periodi più lunghi per genitori che risiedono a grandi distanze.
Rammentiamo la famosa sentenza del Tribunale di Messina relativa ad una forma di concessione di affido alternato: si disponeva che  l’unico figlio di una coppia divorziata nel periodo scolastico stesse con la madre e nel periodo estivo con il padre: con la madre dal 20 settembre al 9 giugno e dal 10 giugno al 19 settembre con il  padre.
Il padre poi aveva diritto di vedere il figlio 2 pomeriggi a settimana nel periodo in cui era affidato alla madre e la madre 2 giorni interi ogni 2 settimane nel periodo in cui era affidato al padre.
Ma così si corre il rischio di considerare il figlio al pari di un oggetto sballottato qua e là a seconda delle stagioni.
Tale tipo di affidamento ritengo che abbia  l’ulteriore difetto di creare pericolosi shock di allontanamento nel figlio stesso, che non fa in tempo ad abituarsi ad un contesto che viene costretto ad abbandonarlo per un altro.
L’affidamento condiviso non può risolversi in concreto nel mero affidamento alternato.
Quando un bambino sdoppia le sue abitudini  perde gli unici punti di riferimento e difficilmente accetta ruoli educativi, magari tra loro contrapposti.
Da qui la naturale esigenza di soluzioni bigenitoriali che tendano ad impedire assolutamente la deportazione geografica e garantiscano regolarità, stabilità e che il bambino relazioni paritariamente con ambedue i genitori.
Per un bimbo il padre e la madre rappresentano un modello imprescindibile.
La celebre psicologa statunitense Dionna Thompson sosteneva “la guerra contro i padri è in realtà una guerra contro i bambini; il punto non è semplicemente il diritto dei padri o delle madri, ma il diritto dei figli di avere due genitori che si occupino attivamente della loro vita”.
Ma il diritto dei figli è il diritto della società: infatti tutti gli studi ci dimostrano che patologie sociali come l’abbandono scolastico, la criminalità, il suicidio ed il bullismo sono molto più probabili e diffusi quando i bambini hanno come punto di riferimento  un solo genitore.
I bambini hanno bisogno di entrambi i genitori e una società bigenitoriale è una società sicuramente più sana di una  in cui i figli  crescono avendo relazioni monoparentali.
Affidamento condiviso vuol dire condividere la genitorialità, ripartendo tra i genitori le facoltà decisionali ed i relativi obblighi, tenendo conto delle capacità, delle naturali inclinazioni e delle aspirazioni dei figli.
Lungi dal considerare l’affido una mera etichetta da apporre sull’atto questo non è possibile senza l’effettiva condivisione da parte dei genitori di un accordo programmatico che tenga conto delle capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni dei figli.
La condivisione dei compiti e delle responsabilità genitoriali non può essere data per scontata, né disposta autoritativamente, non possedendo il provvedimento giudiziale la taumaturgica capacità di assicurare il buon esito del regime imposto.
È necessario che si prospetti  e si offra alla valutazione del giudice un programma propositivo di come  educare, istruire, curare il figlio e si ipotizzi come tali compiti  ed in quale misura  possano continuare ad essere assolti da ciascun genitore.
L’interesse del minore da ricercare è quello vero, reale, strettamente collegato alla fattispecie concreta e non quello fumoso, astratto, che rimane vuota clausola di stile.

Si vedano diverse sentenze di merito  che concordano  nella necessità che i genitori si debbano impegnare alla predisposizione ed attuazione di un programma concordato per l’educazione, formazione, cura e gestione del figlio nel rispetto delle esigenze e delle richieste di quest’ultimo.

Per la Cassazione dominante deve “essere privilegiato l’interesse esistenziale del minore”.

La personalizzazione del progetto educativo da condividere al momento della separazione  e la costruzione di nuovi e più duttili equilibri, è fondamentale perché se è vero che è importante mantenere rapporti con ambedue i genitori può talora essere nocivo stabilire che i figli si alternino nei mesi in luoghi diversi e molto lontani affidandosi al criterio dell’alternanza (Aurora Lusardi). Ciò può significare  compromettere la crescita e provocare traumi  in grado di evolvere verso patologie dissociative.

Alla luce di questa apertura normativa alla dimensione della cogenitorialità compito degli operatori del diritto e degli specialisti del settore è favorire la cultura dell’affidamento condiviso, curarsi di fornire percorsi che possano dare consapevolezza del significato della cogenitorialità, così che i cambiamenti normativi possano tradursi in cambiamenti culturali e consentire che la dicitura “affidamento condiviso” non rimanga una mera clausola di stile, una formula giuridica, ma si declini in reali modifiche alla prassi d’intervento a sostegno della genitorialità condivisa.
La necessaria collaborazione tra genitori è un obiettivo quasi impossibile  senza una autentica elaborazione e superamento della frattura coniugale e non può essere preordinata ed imposta per legge, ma spetta agli operatori del diritto e a noi avvocati matrimonialisti formati rendere concreta  nell’attività professionale  quotidiana.

Rapporto sulla disabilità:

Le politiche sociali sono sempre state considerate la cenerentola delle politiche, eppure  hanno un ruolo prioritario nella qualità della vita del soggetto disabile in difficoltà.
Oggi si vive per più anni e questo comporta l’aumento della percentuale delle invalidità.
La condizione e la qualità di vita di persone con disabilità  sono ancora oggi veramente precarie; si parla spesso di integrazione, di supporti alla disabilità, di tutela dei diversamente abili, ma molto c’è ancora da fare.
Già se si osservano gli importi  medi annui delle pensioni di disabilità si può avere una  visione non propria rosea  del supporto di tipo monetario che lo Stato offre alle persone disabili. I benefici di tipo monetario rimangono infatti la principale tipologia di supporto e rappresentano ad oggi ancora una delle poche fonti che consente di dimensionare la condizione economica delle persone con disabilità.
I corrispettivi valori in Italia sono mediamente di 2.252.574 maschi disabili che percepiscono in media 12.334 euro annui di pensione, 2.464.306 femmine che percepiscono in media 11.130 euro l’anno, per un totale di 4.716.880 disabili e una pensione media di 11.705 euro l’anno.
Alla Calabria – secondo un rapporto nazionale  – spetta il primato negativo della minore spesa pro capite per assistenza sociale ai disabili: a fronte di una media italiana  di 2.184,3 euro l’anno per le persone con disabilità, la spesa sociale che ha come utenza la popolazione disabile in Calabria è di appena  326,4 euro pro capite.
Le politiche sociali relative alla disabilità hanno subito in modo particolare la concezione assistenzialistica e di custodia, poiché la disabilità viene troppo spesso erroneamente considerata malattia e, come tale, è privata dalla concezione essenziale che fa intravedere una prospettiva inclusiva: quella secondo cui la disabilità è la conseguenza della malattia e, al di là delle limitazioni con cui bisogna fare i conti, la persona con disabilità può vivere una vita dignitosa se accompagnata da un sostegno mirato e in molti casi diventare soggetto attivo e produttivo.
La Legge 104/92, “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, specialmente nel meridione, non è mai stata recepita nel suo vero significato e nella sua autentica  ratio .
Ad oggi, in tal senso,non sono bastate le pressioni del mondo associativo.
L’assenza di adeguati  servizi per numero e qualità di standard,  nel territorio, ha favorito la permanenza di risposte di tipo prettamente  assistenzialistico. Infatti, se andiamo a verificare la situazione esistente, ci accorgiamo che i servizi che hanno trovato più spazio e diffusione  sono le Residenze Sanitarie Assistenziali, i Centri Diurni Riabilitativi e la Riabilitazione ambulatoriale: tutti servizi riconducibili all’area del diritto alla salute. Per il resto, abbiamo una frammentazione di servizi territoriali, come ad esempio i Centri Socio-Educativi e dell’Assistenza Domiciliare, concentrati particolarmente nelle zone in cui è più presente l’associazionismo  attivo e fattivo.
Molti Centri Socio-Educativi per persone diversamente  abili  sono organizzati dalle associazioni di familiari di persone con disabilità e usufruiscono di contributi dei Comuni o di donazioni.; altri sono promossi dagli enti locali; altri ancora sono gestiti da associazioni  non-profit, in convenzione con il pubblico.
L’assistenza domiciliare si è sviluppata in particolar modo negli ultimi anni, ed è andata a sostituire il servizio di aiuto alla persona, garantito con i fondi della Legge 162/98.
la Legge 328/2001, “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” prevede la realizzazione  di “Piani regionali degli interventi e dei servizi sociali e indirizzi per la definizione dei Piani di zona . Nulla di valido potrebbe essere realizzato senza tenere nel dovuto conto  l’assetto organizzativo dei servizi alla persona e le linee metodologiche e strumenti per la predisposizione del Piano di Zona. Probabilmente tali strumenti sono insufficienti e, comunque, non hanno prodotto l’effetto sperato nell’avvio dei Piani di Zona in Calabria, come nelle altre realtà regionali.
C’è da rilevare che , con l’avvio dei piani di zona, i Comuni hanno ricevuto ingenti fondi da gestire, non solo quelli del fondo indistinto, ma anche quelli per la non autosufficienza , quelli relativi all’impegno delle donne in difficoltà nei servizi di assistenza domiciliar e quelli per gli anziani gravi allettati.
Ma  una autentica  buona politica sociale potrà essere raggiunta solo con una costruttiva concertazione e attraverso scelte condivise e legate ai bisogni delle persone e dei territori e il coinvolgimento delle parti sociali.
Ma tutto questo potrebbe non bastare. Potrà essere necessario ridisegnare la mappa delle risorse e dei bisogni, dandosi l’obiettivo di garantire un’eguale opportunità a tutte le persone disabili e alle loro famiglie.
È fondamentale che ci sia  una campagna di sensibilizzazione che favorisca l’integrazione nel substrato sociale delle persone portatrici di handicap e si realizzino interventi specifici mirati  allo stato di disabilità della persona .
Bisogna riflettere anche sull’importanza di creare pari opportunità a tutela dei disabili: oggi una persona con grave disabilità che vive in un piccolo paesino interno non ha le stesse opportunità di una persona con le stesse caratteristiche che vive in una città. I singoli Comuni hanno sempre operato in base alle risorse economiche e alla relazione con le risorse del territorio. Molti piccoli Comuni non hanno neppure l’assistente sociale e una voce in bilancio finalizzata alle politiche sociali. Altri si limitano a dare piccoli contributi a pioggia alle famiglie in difficoltà che chiedono abitualmente tali interventi. Questo modo di affrontare i bisogni locali ha favorito nei piccoli Comuni una rete stabile di relazioni, riconosciute dalla cittadinanza, che individua nel primo cittadino più un benefattore che il Sindaco.
Ma i disabili non sono dei beneficiati, sono soggetti di diritto,che pretendono l’applicazione della legge e di essere trattati come cittadini pari agli altri e non di serie b o c.
Dobbiamo attuare un costante e lungo cammino di civiltà affinché la persona disabile si riappropri dei suoi diritti ed in primis del  diritto  a vivere una vita di senso e non a lasciarsi vivere in maniera passiva.
La disabilità è una condizione dell’essere umano e come tale deve essere accettata, ma non può restare solo come fonte di sofferenza; occorrono interventi che diano l’opportunità alle persone con disabilità di vivere una vita di senso : non ghetti ma luoghi di vita, luoghi in cui le persone disabili si sentano parti della comunità, componenti attivi della società.
Sono indispensabili  percorsi che aiutino le persone con disabilità a comprendere e utilizzare le loro potenziali abilità e a diventare soggetti attivi nella società. La disabilità diventa insostenibile se vissuta nella solitudine e nell’abbandono. È importante il sostegno attraverso una rete di servizi e di relazioni umane che favoriscano l’inclusione sociale.
E mi sia permesso di sottolineare che l’integrazione e lo sviluppo delle potenzialità residue comincia dalla scuola.
Ma quali opportunità oggi concede agli studenti diversamente abili e , soprattutto a quelli portatori di handicap in situazione di gravità?
Molteplici volte abbiamo evidenziato come sia la legislazione nazionale
( legge 104/1992 ) che le varie normative internazionali, tra cui da ultimo la dichiarazione internazionale  dei diritti delle persone disabili, sottolineano l’importanza della formazione scolastica, del diritto allo studio del minore disabile grave, mediante il supporto del docente di sostegno con rapporto individualizzato 1:1.
Ma attualmente anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 80 del 2010 purtroppo viene spesso negato il diritto allo studio dei disabili gravi: a costoro spesso viene negato di usufruire del sostegno con rapporto individualizzato, dovendo accontentarsi di 11-12 ore settimanali.
Anche quest’ anno ci siamo imbattuti in numerosi casi  di tal genere, che sono di una gravità inaudita.
Sono molteplici, ma quelli veramente più gravi sono quelli che riguardano minori disabili gravi che passano ad un corso superiore ( es . dalla scuola dell’infanzia alla primaria ) e che , all’improvviso, nel nuovo anno scolastico, devono sopportare il nuovo carico scolastico depauperati dalla presenza dell’insegnante di sostegno con rapporto 1:1.
Si possono intuire i gravosi  problemi quando l’alunno viene supportato dal docente di sostegno solo per 11 ore settimanali : ci saranno dei giorni in cui lo studente rimane senza il valido ausilio e si troverà in balia di se stesso alla mercé di docenti curriculari, che, nonostante la loro buona volontà, non saranno in grado di badare contemporaneamente a lui e all’intera classe. È allora che lo studente disabile comincerà a provare disagio, si sentirà isolato, abbandonato, discriminato… E magari ci saranno le volte in cui qualcuno a scuola “consiglierà “ ai genitori di non portarlo a scuola quel tot giorno in cui non c’è l’insegnante di sostegno…
Ma tutto questo non può essere permesso, i diritti non hanno handicap;
i diritti fondamentali, quali quello allo studio, allo sviluppo della propria personalità, devono essere garantiti e tutelati.
Proprio per questo sono stati avviati dei ricorsi antidiscriminazione a tutela dei disabili : abbiamo questa normativa , procediamo e facciamo valere i diritti dei disabili.
In fatti le scuole che riducono le ore del sostegno rispetto al precedente anno scolastico compiono una discriminazione e devono ripristinare il monte ore stabilito per l'anno precedente, ai sensi della Convenzione Onu e della importante legge n.67 del 2006 ( normativa contro le discriminazioni perpetrate nei confronti di persone portatrici di grave handicap).
Per primo si è pronunciato il Tribunale di Milano che  ha accolto il ricorso di un gruppo di genitori contro i tagli al sostegno scolastico degli alunni disabili. Il Tribunale  ha dichiarato che ridurre le ore di sostegno assegnate ad uno studente portatore di handicap l'anno precedente, senza una motivazione di carattere pedagogico, ma solo per ragioni di risparmio, è discriminazione verso gli alunni con disabilità. Ha specificato poi che non vi sarebbe stata discriminazione se fossero state ridotte le ore di scuola a tutti gli alunni della classe. Ma il fatto oggettivo di avere invece ridotto solo le ore di sostegno agli alunni con disabilità pone questi ultimi  in condizione di disuguaglianza nei confronti dei compagni.
L'esistenza di un diritto soggettivo "incomprimibile" del disabile a un adeguato sostegno scolastico era già stata affermata in varie pronunce dei TAR e anche dalla Corte Costituzionale nella sentenza 80/2010, ma la decisione del Tribunale di Milano è importante  perchè è la prima che si è pronunciata in una causa che ha utilizzato la speciale procedura della "azione civile contro la discriminazione" introdotta dapprima dal D.Lgs. 216/2003 per la discriminazione del disabile in ambiente di lavoro e estesa poi dalla L. 67/2006 a tutti gli ambiti della vita sociale e dunque anche alla scuola.
Il Tribunale di Milano, nella sua ordinanza ha sottolineato che ,anche sulla base della convenzione ONU 13.12.2006 recepita con la legge  18/2009 il divieto di discriminazione comporta non solo il riconoscimento di una astratta "parità", ma anche l'obbligo per la pubblica amministrazione di porre il disabile in condizioni tali da poter effettivamente esercitare i diritti fondamentali, tra i quali appunto il diritto all'istruzione.
La decisione ha quindi una importanza fondamentale ed è  utilizzabile per intraprendere nuove azioni antidiscriminazione in tutta Italia ( cosa che sta curando  la sottoscritta )
Si segnala  una interessante pronuncia del Giudice Tutelare del Tribunale di Varese, che evidenzia come il diritto alla sessualità sia  un diritto inviolabile, tutelato dalla Costituzione, da riconoscere anche alle persone adulte con disabilità psichiche, non potendosi la misura di protezione (nel caso di specie: l’interdizione) tradursi in un “esproprio” dei diritti fondamentali dell’individuo
Testualmente afferma  il decreto del 24 ottobre 2011  che “ almeno dalla riforma dei delitti sessuali del 1996, il Legislatore ha voluto riconoscere il diritto alla affettività e alla sessualità anche alle persone affette da minorazione fisica o psichica. Riconoscimento che la legislazione contemporanea più recente ha amplificato e ribadito. E’ sufficiente far riferimento alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, e ratificata dall’Italia per effetto degli artt. 1 e 2 della legge 3 marzo 2009 n. 18. Il trattato in esame riconosce espressamente l’importanza per le persone con disabilità della loro autonomia ed indipendenza individuale, compresa la libertà di compiere le proprie scelte”
È  stato precisato il principio che il diritto soggettivo inviolabile non può essere “congelato” in conseguenza della misura di protezione giuridica dell’adulto incapace , specificando  che non è in questione  il diritto del disabile alla sessualità , ma può venirne in rilievo il suo concreto esercizio, nel senso che potrebbe risultare che la sessualità non è consapevolmente vissuta dall’interdetto il quale non è “soggetto” della situazione sessuale ma “oggetto”.  Pertanto Il Giudice tutelare può, invece, intervenire dove accerti che la sessualità è vissuta dall’interdetto non come soggetto ma come “oggetto”, nel senso, cioè, che vi sia il rischio di violenze, abusi o
sfruttamento della situazione di vulnerabilità.
A proposito di salvaguardia dell’integrità psicofisica delle persone disabili  è bene ricordare le importanti sentenze che hanno posto l’attenzione sulla  tutela di persone  diversamente abili vittime di abusi e violenze sessuali.
In particolare  segnaliamo la sentenza del 2dicembre 2011 emessa dal Gup del Tribunale di Cosenza, dott. Salvatore Carpino nel cosiddetto processo contro gli Orchi : sono state comminate  condanne per mezzo secolo di carcere; infatti il Gup ha irrogato pene pesanti nei confronti dei nove imputati che hanno scelto d’essere giudicati col rito abbreviato. La condanna più alta è  stata  di sette anni di reclusione più l’interdizione dai pubblici uffici.
Dagli atti emerge una storia turpe e  atroce di tredici uomini che avrebbero  abusato  in maniera tremenda  di un ragazzo affetto da disturbi mentali. È una storia che va al di là di ogni immaginazione, una  storia di orrori e  degrado emerso chiaramente anche dalle confessioni che alcuni degli indagati avevano reso davanti al Pubblico Ministero , dott. Tridico.
A Roma, invece,   un assistente scolastico di 38 anni, è stato condannato dal Tribunale  a 2 anni e mezzo di reclusione e all' interdizione perpetua da ogni ufficio in strutture frequentate da minori, comprese le scuole. Gli episodi risalgono al 2008 quando l' uomo, in servizio in un istituto riservato a ragazzi con handicap, avrebbe abusato, toccandolo nelle parti intime, di un adolescente di 16 anni con disturbi psichici.
A Monza è stata condannata a otto anni di reclusione per violenza sessuale aggravata una  neuro-psicomotricista, accusata di aver abusato di una bambina di otto anni. Per la donna  il PM Vincenzo Nicolini aveva chiesto 10 anni di reclusione basandosi sulla testimonianza della piccola, portatrice di handicap fisico e mentale. Tutto ebbe inizio quattro anni fa: la piccola  paziente, seguita dall’imputata, dopo qualche mese confidò ai genitori di aver ricevuto particolari attenzioni durante la terapia. I genitori presentarono immediatamente denuncia alla Procura di Monza, accusando la donna di aver palpeggiato la figlia, un comportamento che basta ad a integrare il reato previsto dall’articolo 609 bis del codice penale, che disciplina il reato di violenza sessuale.
Queste sentenze sono molto importanti , in quanto evidenziano come sia cresciuta l’attenzione verso la tutela concreta ,in campo processuale, delle persone affette da handicap motorio o psichico, però è importante anche attivare e ottimizzare al meglio la prevenzione contro tali reati, cercando di combattere anche il degrado sociale e morale di alcuni ambienti dove vengono perpetrati alcuni di questi reati , anzi direi i più orribili.
Cambiando argomento, ma trattando sempre di fondamentali diritti del disabile, quale quello al lavoro, nel 2011 si è avuta l’interessante sentenza della Corte di Cassazione , sezione Lavoro n.17720, che statuisce i seguenti importanti principi:
1- nell'ipotesi di rapporto di lavoro con invalido assunto obbligatoriamente ai sensi della legge 12 aprile 1968 n. 482, le assenze dovute a malattie collegate con lo stato di invalidità non possono essere computate nel periodo di comporto, ai fini del diritto alla conservazione del posto di lavoro ex art. 2110 cod. civ., se l'invalido sia stato destinato a mansioni incompatibili con le sue condizioni fisiche (in violazione dell'art. 20 della legge n. 482 del 1968), derivando in tal caso l'impossibilità della prestazione dalla violazione da parte del datore di lavoro dell'obbligo di tutelare l'integrità fisica del lavoratore (Cass. 15 dicembre 1994, n. 10769; Cass. 23 aprile 2004, n. 7730);
2 - al fine di accertare l'obiettiva incompatibilità fra le malattie che determinano le assenze dal lavoro e la condizione di invalidità del dipendente assunto obbligatoriamente, non si può non prendere in considerazione il principio dell'equivalenza causale di cui all'art. 41 cod. penale  che trova applicazione anche nel settore degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali e, comunque, rispetto agli obblighi di tutela ex art. 2087 cod. civ., imponendo di riconoscere un ruolo di concausa anche ad elementi che, in ipotesi, possano avere una influenza causale minima ;
3-   sia le assenze derivanti da malattie aventi un collegamento causale diretto con le mansioni svolte dall'invalido, sia le assenze derivanti da malattie rispetto alle quali le mansioni svolte abbiano solo un ruolo di concausa devono essere escluse da quelle utili per la determinazione del periodo di comporto, tenuto conto sia del diritto del lavoratore - tanto più se invalido - di pretendere, sia, correlativamente, dell'obbligo del datore di lavoro di ricercare una collocazione lavorativa idonea a salvaguardare la salute del dipendente nel rispetto dell'organizzazione aziendale in concreto realizzata dall'imprenditore (arg. ex: Cass. 30 dicembre 2009, n. 27845 cit.);
4 -  in particolare, nel caso di un rapporto di lavoro instaurato con un prestatore invalido, assunto obbligatoriamente a norma della legge 2 aprile 1968 n. 482. il datore di lavoro, che a norma dell'ex art. 2087 cod. civ. deve adottare tutte le misure necessarie per l'adeguata tutela dell'integrità fisica e della personalità morale del lavoratore, deve in ispecie in osservanza delle disposizioni della detta legge far sì che le mansioni alle quali il lavoratore invalido viene adibito siano compatibili con la sua condizione;
5 - in questo ambito, gli accertamenti sanitari di cui all'art. 5 della legge n. 300 del 1970, attengono proprio all'interesse del datore di lavoro di controllare l'idoneità fisica del lavoratore, diversamente dagli accertamenti sanitari previsti dalle norme concernenti particolari istituti della sicurezza sociale, che sono finalizzati a soddisfare l'interesse del lavoratore ad un determinato trattamento previdenziale-assicurativo diretto a soccorrere o ad attenuare lo stato di bisogno conseguente alle menomate condizioni di salute.
6 - Tali principi trovano fondamento nella Costituzione ( artt. 3, 32, 38, terzo comma) e devono essere oggetto di applicazione ancora più rigorosa in conseguenza dell'evoluzione normativa di origine internazionale e UE che si è avuta in questa materia.
Infatti, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (detta anche Carta di Nizza) è stata originariamente proclamata a Nizza nei 2000 e, pure prima che le venisse attribuito il valore giuridico dei trattati (col Trattato di Lisbona), ad essa era stato riconosciuto «carattere espressivo di principi comuni agli ordinamenti europei» (Corte costituzionale, sentenze n. 135 del 2002, n. 393 e n. 394 del 2006) avente quindi, come tale, valore di ausilio interpretativo.

In merito alla gestione del servizio educativo-assistenziale alla persona a favore degli studenti disabili frequentanti la scuola secondaria di secondo grado si porta all’attenzione il  Parere della Corte dei Conti 8  –Lombardia n. 576/2011.  La Corte dei Conti, in particolare,  conferma che il servizio di trasporto degli alunni disabili rientra nel concetto di “supporto organizzativo per l’integrazione scolastica” e, richiamando il principio di sussidiarietà, ribadisce l’onere del Comune di attivarsi per evitare l’interruzione del servizio, salvo poi chiedere alla Provincia il rimborso delle spese sostenute.
La Corte dei Conti sottolinea che spetta alla Regione la competenza legislativa nell’ambito dei principi fissati dalla legge statale, incardinando nelle Province i servizi di supporto organizzativo del servizio di istruzione per gli alunni disabili.
In particolare la Corte afferma che “Appare evidente l’intenzione del legislatore nazionale, seguita dal legislatore regionale,di distinguere dai servizi sociali i servizi di supporto organizzativo dal servizio di istruzione, legando questi ultimi alle competenze in materia di istruzione scolastica. Essi,pertanto, per la specialità della previsione normativa finalizzata ad assicurare l’effettività del diritto all’istruzione, non possono essere inseriti nell’ambito dei servizi di integrazione sociale.”
La Corte dei Conti, pertanto,  non assegna al Comune la competenza dell’assistenza scolastica agli alunni disabili delle superiori, anzi esclude che la materia possa rientrare nell’ambito dei servizi di integrazione sociale, tipicamente assegnati ai Comuni, ma  rinvia all’ambito scolastico la competenza in proposito.
C’è da rilevare che l’ANCI Lombardia ha manifestato la propria volontà di
segnalare agli organi competenti il richiamo agli obblighi in materia di istruzione, auspicando modelli convenzionali tra Regione, Provincia e Comune per l’attuazione degli interventi richiesti ed invitando i Comuni a proseguire nella collaborazione alla gestione del servizio di trasporto, chiedendo alla Provincia il rimborso delle spese sostenute, distinguendo quelle per il trasporto da quelle per l’assistenza.

 In merito alle spese per terapie di riabilitazione si segnala  la sentenza
della Corte di Cassazione , sezione Lavoro, n.17541 del 23.06.2011.
Ecco l’antefatto della sentenza:
Il giudice del lavoro del Tribunale di Firenze, aveva condannato l’Azienda Sanitaria all’erogazione gratuita in favore di un cittadino  della terapia per recupero motorio , denominata “Dikul” per tutto il tempo necessario alla stessa. Ma  l’Azienda promuoveva appello.
Il giudice di appello confermava la sentenza di primo grado e motivava la decisione di rigetto osservando che non esisteva un margine di discrezionalità dell’amministrazione sanitaria nei casi, quali quello di specie, nei quali la richiesta di intervento economico era giustificata da motivi di urgenza o dalla necessità di evitare pregiudizi gravi o irreversibili, che la sussistenza del diritto al rimborso delle spese andava parametrata alla sussistenza dei soli presupposti di legge e che, tra questi, quello dell’efficacia doveva essere valutato unitamente a quello della appropriatezza, inteso nel senso di un confronto tra i risultati positivi della cura e eventuali riflessi negativi della terapia stessa sulle condizioni di vita del paziente.
L’Azienda Sanitaria promuoveva ricorso per cassazione , rappresentando che non sussistevano nella fattispecie i motivi di urgenza per la richiesta dell’intervento economico connesso alla particolare terapia medica di cui trattasi, tali da consentire la mancanza della discrezionalità
dell’amministrazione sanitaria in ordine allo stanziamento della relativa spesa e che non sussisteva neppure il pericolo di un pregiudizio grave o irreparabile
Ma  la Corte di Cassazione, con l’importante sentenza, rigettando il ricorso, ha ribadito che, data la dimensione di diritto assoluto e primario, costituzionalmente garantito, della situazione soggettiva fatta valere, questa non poteva  essere definitivamente sacrificata o compromessa, per cui allorquando si prospettano motivi di urgenza suscettibili di esporla a pregiudizi gravi e irreversibili, alla pubblica amministrazione manca qualsiasi potere discrezionale di incidere su tale diritto
Pertanto la Corte ribadisce il diritto all’ erogazione a carico del SSN di cure tempestive non ottenibili dal servizio pubblico, allorquando siano prospettati motivi di urgenza suscettibili di esporre la salute a pregiudizi gravi e irreversibili, accertati sulla base dei presupposti richiesti dalla disciplina dettata in materia sanitaria dall’art. 1 del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, nel testo modificato dall’art. 1 del decreto legislativo 229/1999.

Con la decisione n. 1607 del 2011 il Consiglio di Stato ha preso  posizione su un problema di grande rilievo economico e sociale, quello del costo dei servizi sociali a favore dei disabili, in particolare, delle rette per le residenze sociali assistite, RSA. La querelle era sul punto se sia legittimo per regioni ed enti locali considerare, nella determinazione di tali costi e rette, la situazione economica della famiglia dell’assistito, nonché pretendere il coinvolgimento dei familiari nei relativi pagamenti.
Il Consiglio di Stato ritiene  legittimo considerare la situazione economica dei familiari e attendersi che questi aiutino l’assistito nel partecipare ai costi del servizio, tuttavia questa tesi è accompagnata da importanti precisazioni e, soprattutto, eccezioni
Ecco le precisazioni:
1-      i crediti alimentari rimangono strettamente personali, sicché il comune non può sostituirsi al titolare nel loro esercizio, ma può solo pretendere che essi siano dichiarati e attivati.
2-      il sistema  della previsione regolamentare locale  “lascia fermo” l’obbligo per il comune di valutare quelle situazioni, in cui la condizione di bisogno permane anche a causa di una obiettiva inerzia dei soggetti obbligati o dei familiari”; il che sembra riferirsi non solo ai casi in cui i crediti alimentari non esistono, ma anche a quelli in cui essi non sono esigibili o comunque non sono prontamente accessibili alla persona non autosufficiente.
Ed ecco poi le eccezioni:
-  L’art. 3, co. 2-ter, del d.lgs. n. 109 del 1998 (introdotto dal d.lgs. correttivo e integrativo n. 130 del 2000) ha previsto norme speciali  per l’accesso di disabili gravi e persone ultrasessantacinquenni (non autosufficienti) a prestazioni inserite in percorsi integrati di natura sociosanitaria, erogate a domicilio o in ambiente residenziale, di tipo diurno oppure continuativo.
In questi casi, la disciplina generale dell’ISEE si applica nei limiti che avrebbero dovuto essere stabiliti con un apposito decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. Tale decreto avrebbe dovuto essere adottato “al fine di favorire la permanenza dell’assistito  presso il nucleo familiare di appartenenza e di evidenziare la situazione economica del solo assistito, anche in relazione alle modalità di contribuzione al costo della prestazione”, ma non è stato mai emanato.
In sua assenza, deve ritenersi comunque vincolante per regioni ed enti locali la regola di evidenziare la situazione economica del solo assistito, e quindi non la situazione economica familiare
Pertanto secondo il Consiglio di Stato  “anche in attesa dell’adozione del decreto, sia il legislatore regionale sia i regolamenti comunali devono attenersi ad un principio, idoneo a costituire uno dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, attendendo proprio ad una facilitazione all’accesso ai servizi sociali per le persone più bisognose di assistenza”.
Non si può ultimare questa rassegna senza citare la sentenza
della Corte Costituzionale  n.329 del 16 dicembre 2011, che  ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art.80 c.19 della legge n. 388/2000 – Legge finanziaria 2001- nella parte in cui subordina l’erogazione dell’indennità di frequenza per i minori extracomunitari alla titolarità della carta di soggiorno.
L’introduzione dell’art. 80 c.19 della legge finanziaria 2001 limitava l’accesso a tale beneficio economico solo ai minori invalidi extracomunitari titolari di carta di soggiorno (o permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti). La Consulta ha evidenziato come tale discriminazione è incompatibile con i principi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con legge 3 marzo 2009 n.18 e richiamata dalla stessa Corte nell' ordinanza n.285/2009 in cui veniva censurata la parte relativa all’indennità di frequenza.
Nella sentenza, la Corte non ha mancato di sottolineare il diritto alla tutela psico-fisica della persona disabile, affermando che: “ il contesto in cui si iscrive la indennità di frequenza è, dunque, quanto mai composito e costellato di finalità sociali che coinvolgono beni e valori, tutti, di primario risalto nel quadro dei diritti fondamentali della persona. Si va, infatti, dalla tutela della infanzia e della salute alle garanzie che devono essere assicurate, in situazioni di parità, ai portatori di handicap, nonché alla salvaguardia di condizioni di vita accettabili per il contesto familiare in cui il minore disabile si trova inserito, coinvolgendo al tempo stesso l’esigenza di agevolare il futuro progresso del minore nel mondo del lavoro e la partecipazione attiva alla vita sociale”.
L’Osservatorio, per questo nuovo anno,  si augura che la società e le istituzioni tutte prendano sempre più coscienza dei diritti dei disabili e che una autentica cultura del rispetto e dell’attenzione verso il diverso si diffonda  : la diversità deve essere sempre di più  intesa come risorsa, come potenzialità di capacità indispensabili per una sana e coerente crescita del substrato di una collettività.

Avv. Margherita Corriere

I nonni troppo invadenti non possono pretendere un diritto di visita nei confronti dei nipoti:

Lo ha stabilito il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro con decreto depositato il 31 gennaio scorso (Presidente Dott. Luciano Trovato, Giudice Relatore Dott.ssa Teresa Chiodo).
Ed infatti sostiene il Tribunale che, per costante giurisprudenza della Cassazione,  anche a seguito dell’intervento della legge 54/2006, è stato riconosciuto non un vero e proprio diritto di visita dei nonni o degli altri congiunti, ma solo un interesse del minore ad una crescita sana ed equilibrata alla cui realizzazione possono contribuire anche le figure dei congiunti, a meno che non ci siano ragioni che ostano al mantenimento di tale rapporto. Pertanto i parenti di ciascun ramo genitoriale possono vedersi riconosciuto , ai sensi degli artt. 333 e 336 c.c. il proprio “diritto” solo quando sussiste un effettivo impedimento alla frequentazione del minore frapposto dai genitori e solo qualora tale impedimento sia carente di ogni ragione e non può, viceversa, ritenersi sussistere ogni qual volta vengano dedotte e provate serie circostanze che sconsigliano il rapporto.
Nel caso di specie i nonni materni di due bimbi avevano adito il Tribunale per i Minorenni nei confronti dei genitori dei nipotini per l’adozione ex art. 333 c.c. di un provvedimento a tutela dei minori affinché potessero incontrare i nonni materni.
Ma dall’istruttoria era emerso che non sussistevano situazioni pregiudizievoli in danno dei minori, suscettibili di determinare l’adozione di provvedimenti limitativi della potestà genitoriale: i due bambini, sereni, intelligenti e comunicativi, erano ben inseriti nel contesto familiare; i genitori dei bimbi, figure forti e rassicuranti, rappresentavano un valido riferimento affettivo  ed educativo per la prole. Invece si era manifestata in maniera evidente una situazione di forte conflittualità tra nonni e genitori dei bimbi, causata dalla totale ed ingiustificata disapprovazione dei nonni nei confronti dell’indirizzo educativo adottato dai genitori nei confronti dei minori. Inoltre dalla Corte era stato rilevato che l’accesa conflittualità si era palesata anche nel corso dell’udienza, costringendo il giudice istruttore ad allontanare dall’aula i nonni ricorrenti.

Ed in decreto il Tribunale evidenzia che è innegabile che le gravi censure –anche in udienza– formulate dai nonni materni nei confronti soprattutto del genero e risultate non suffragate da idonei riscontri, le indebite intrusioni effettuate nella privacy familiare, costituiscono espressione di una totale sfiducia dagli stessi nutrita nei confronti delle capacità genitoriali del papà e della mamma dei minori ed interferiscono negativamente sul progetto educativo familiare e sull’armonico sviluppo della personalità in itinere delle minori.
Pertanto il Tribunale per i Minorenni ha rigettato il ricorso dei nonni materni, ribadendo che l’interesse dei nonni a frequentare i nipoti può essere preso in considerazione solo ove risulti che dalla mancata frequentazione derivi un pregiudizio a carico dei minori e come, nel caso di specie, una più intensa frequentazione tra i minori ed i nonni materni attuata per via giudiziaria in un clima apertamente ostile e conflittuale non può certo ritenersi rispondere all’interesse dei bambini, ma è al contrario suscettibile di costituire fonte di pregiudizio per i medesimi.
Il Tribunale invitava infine i nonni materni per il futuro a rapportarsi con i nipoti serenamente ed in maniera corretta “senza assumere iniziative suscettibili di interferire sul progetto educativo dei genitori o comunque idonee a non invadere l’ambito delle prerogative e dei poteri che appartengono al demanio esclusivo dei genitori esercenti la potestà; solo a tale condizione potrà ritenersi che il rapporto con i detti congiunti sia effettivamente essenziale ed utile per la crescita psicofisica dei bambini”.


Avv. Margherita Corriere
Presidente Sezione Distrettuale AMI di Catanzaro

Cliccare qui per leggere e scaricare il decreto del Tribunale dei Minorenni di Catanzaro depositato il 31.01.2012 in PDF

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