Articoli del 26/05/2017:

Articoli presenti:

La CEDU condanna l'Italia per violazione dell'art. 8 CEDU e del relativo diritto ad un sano rapporto parentale della prole con entrambi i genitori:

Dopo il caso Strumia la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) condanna l’Italia con altre sentenze; la prima è del 15/09/2016, interessa il caso di GIORGIONI Enzo che aveva promosso un giudizio contro l’Italia per vedere garantiti i e riconosciuti i propri diritti di padre nei confronti della figlia.
Quello che lamentava il Giorgioni era similare a quello lamentato in diverse sentenze precedenti dal genitore a cui era stato sottratto il proprio diritto-dovere di essere genitore, educare, curare, assistere, istruire, dare affetto nella quotidianità alla prole. Ed infatti il ricorrente sosteneva che, benché durante la vicenda giudiziaria tra lui e la madre della bambina fossero state emessi diversi provvedimenti giudiziari, con i quali veniva riconosciuto il diritto/dovere di visita del padre e le sue modalità di esercizio, in concreto, il rapporto padre-figlia non era stato tutelato ed era stato invece annientato dalle gravissime ed illegittime interferenze materne.
Il signor Giorgioni denunciava l’indolenza delle autorità italiane che non avevano espletato nessun tipo di controllo sul rispetto del suo diritto di visita e non avevano preso idonee misure positive che gli avrebbero consentito di instaurare un rapporto parentale costante e significativo con la figlia, atteso che la madre contrastava tenacemente i rapporti padre-figlia, impedendo l’esercizio del diritto/dovere di visita del padre nei confronti della bambina.

La Corte Europea tratteggia tutta la vicenda giudiziaria intercorsa tra il Giorgioni e la moglie nel decennio 2006/2016  avente ad oggetto, prima, la separazione tra i coniugi e, poi, le azioni promosse dal Giorgioni al fine di potere esercitare concretamente  la propria responsabilità genitoriale sulla bambina ,ostacolato per anni dalla figura materna alienante. Indi la Corte condanna l’Italia “per non avere adottato tutte le misure necessarie affinché, a fronte del forte ostruzionismo manifestato dalla madre, il padre potesse esercitare effettivamente i suoi diritti di genitore”.

In particolare la Corte rileva che negli anni dal 2006 al 2010 le doglianze giudiziarie  del ricorrente  erano certamente fondate in quanto si era realizzata  la violazione dell’8 della Cedu; ed infatti in base a tale articolo se è vero che  “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare  e …non  può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto”  in effetti però tale ingerenza , sempre secondo tale articolo, è  prevista dalla legge quando – come nel caso di specie – diventa “ una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute e della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.”
L’articolo 8 della Convenzione ha certamente lo scopo di tutelare la persona contro le ingerenze arbitrarie dei pubblici poteri, ma non si limita solo  ad ordinare allo Stato di astenersi da simili ingerenze; a questo impegno negativo possono aggiungersi obblighi positivi inerenti a un rispetto effettivo della vita privata o famigliare. Tali obblighi possono e devono racchiudere l’adozione di misure finalizzate al rispetto della vita familiare, incluse le relazioni reciproche fra individui, nel caso particolare tra padre e figlia. Pertanto devono coinvolgere anche la programmazione di strumenti giuridici appropriati a garantire i legittimi diritti degli interessati, nonché il rispetto delle decisioni giudiziarie con idonee misure specifiche.
Pertanto secondo la Corte Europea gli obblighi positivi non si possono e non si devono limitare  solo ad una semplice vigilanza  affinché la minore possa intrattenersi con il genitore e  instaurare  con lui un rapporto relazionale significativo, bensì comprendono anche tutte le misure idonee a consentire di raggiungere  tale risultato: si tratta di obblighi di carattere non solo negativo e di non ingerenza, ma anche, e soprattutto, di natura positiva, di rimozione degli ostacoli alla effettiva realizzazione dei medesimi diritti.
Sulla base di tali principi la Corte ha ritenuto che dall’agosto 2006 al novembre 2010, nell’ambito della vicenda giudiziaria molto conflittuale, la violazione lamentata dal ricorrente  si fosse realizzata perché, nonostante il manifesto comportamento ostruzionistico della madre e le richieste del padre di garantire che gli incontri con la figlia  non avvenissero alla presenza della figura materna, il tribunale si era limitato a prescrivere alle parti  semplicemente  il rispetto delle decisioni prese, lasciando così il destino del rapporto genitoriale padre figlia alla volontà e alle decisioni materne.

Secondo la Corte urgeva da parte della magistratura italiana una risposta rapida rispetto a tale situazione, in quanto, in questo tipo di cause, il trascorrere del tempo non può che avere effetti negativi sulla possibilità che il rapporto in pericolo possa ricostituirsi e migliorare; invece venne tollerato per circa quattro anni che la madre, con il suo comportamento ostacolante, impedisse l’instaurarsi di una vera relazione genitoriale tra il ricorrente e la figlioletta.
Di fronte ad un problema così delicato ed impellente vennero adoperate le misure del tutto “automatiche e stereotipate”, che si dimostrarono assolutamente inadatte alla tutela dei diritti in questione, che invece richiedevano un idoneo e mirato intervento sulla costante ingerenza ostruzionistica della madre in merito agli incontri padre-figlia.
Sempre secondo la Corte Europea solamente dopo il 2010 le autorità nazionali, anche in occasione dell’ascolto della minore, che  espresse il desiderio di passare più tempo con il suo papà, adottarono le misure utili  a garantire tale rapporto, organizzando finalmente  gli incontri genitore-figlia senza la presenza della madre. E per tale motivo la Corte rispetto a tale periodo di tempo successivo al 2010 ha escluso l’esistenza della violazione lamentata ex art. 8.

Appare indiscutibile pertanto – come sostenuto dalla CEDU -  che la tutela dei diritti della persona nell’ambito dei rapporti familiari ed affettivi per essere concreta  deve garantire  decisioni  che tengano conto  del caso concreto,  non limitandosi  ad una  generica regolamentazione dei rapporti tra le parti interessate  e attivando  strumenti di intervento che permettano di tutelare il genitore non collocatario  e la prole  a mantenere  idonee relazioni affettivo relazionali significative e costanti nel tempo, soprattutto quando uno dei due genitori  -in genere il collocatario – ostacoli i rapporti dei figli con l’altro .
Il tutto deve o tradursi in una risposta efficiente e tempestiva, poiché il trascorrere del tempo senza che il rapporto affettivo da proteggere possa esprimersi in maniera libera e serena, determina, come sottolineato più volte dalla CEDU, il consolidarsi di situazione familiari disfunzionali, che provocano pregiudizi soprattutto alla prole, che per una sana crescita psico-fisica, ha bisogno di relazionarsi in maniera serena ed autentica con entrambe le figure genitoriali.
Ancora la Corte Europea condanna lo stato italiano per violazione dell’art. 8 CEDU con la sentenza relativa all’Affaire Endrizzi/Italia del 23 marzo 2017.
Anche questa volta si trattava della violazione del diritto di visita alla prole e dell’impossibilità di poter instaurare un rapporto genitoriale significativo con i figli a causa dell’ingerenza ostacolante dell’altro genitore.
Ancora una volta la Corte bacchetta l’Italia sostenendo che dovere delle autorità italiane è quello di attuare tutte le misure che rendano effettivo l’esercizio del diritto di visita ed il consolidamento di un concreto e idoneo rapporto genitore-figli. Afferma infatti che “la tutela del diritto della persona al rispetto della vita familiare impone che, laddove necessario, i servizi sociali debbano porre in essere un progetto di sostegno per aiutare gli ex coniugi a migliorare le rispettive capacità genitoriali”.
La Corte ribadisce che misure automatiche e stereotipate non servono a nulla e men che meno a poter rendere concreto il diritto di visita del ricorrente.
Ritengo che sia venuto il momento che si faccia tesoro di tutte queste pronunce della Corte Europea e che si adoperino  tutte le misure idonee con tempestività affinché siano tutelati diritti importantissimi che riguardano le relazioni familiari : è doloroso ed inaccettabile per un genitore non poter esercitare i diritti ed adoperarsi nell’ adempimento dei doveri che traggono origine dal rapporto genitoriale, ma è ancora più grave la deprivazione di una figura genitoriale subita dalla prole, che subirà certamente pregiudizi nel campo affettivo-relazionale e che  potrà vedersi compromesso  il suo equilibrio psico-fisico.


Non si può essere più attendisti e passivi!!!

Considerazioni sulle linee guida della sezione famiglia del Tribunale di Brindisi:

Le linee guida della sezione famiglia del Tribunale di Brindisi sono molto importanti, in quanto finalizzate all’attuazione di un concreto affidamento condiviso, che ancora spesso  di tale ha solo l’appellativo, mentre invero, sotto mentite spoglie, fa rinascere un affidamento della prole che ha più le caratteristiche di un affido sostanzialmente esclusivo con madre in genere collocataria prevalente della prole e il padre che diventa  colui a cui vien “concesso “ di vedere per qualche ora durante la settimana i propri figli, spesso depauperati di una figura genitoriale  importante per una loro equilibrata  ed armoniosa crescita affettivo-relazionale.
Ma invece l’affidamento condiviso presuppone come sua base essenziale una genitorialità realmente cooperativa, collaborativa, con una paritaria condivisione del ruolo parentale, nel primario interesse dei figli minori
Orbene la normativa italiana sappiamo bene che prevede come  anche in caso di separazione personale dei genitori “il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”, ma  nella realtà quotidiana  purtroppo circa il 35% dei minori   dopo la separazione della coppia genitoriale  diventa orfano di genitore vivo. La maggior parte vede un genitore (nel 90% dei casi il padre) solo per poche ore durante la settimana. Ed inoltre ancora non sono tanti i Tribunali che autorizzano il pernottamento della prole di età inferiore ai quattro anni presso il loro papà.
In base alle statistiche recenti l’Italia è uno dei Paesi europei più sanzionati dalla CEDU per violazione dell’articolo 8 che sancisce il diritto di tutti, anche giustamente del genitore non collocatario, ad avere una vita affettiva e familiare.
Sul tema è intervenuto il 2 ottobre 2015 il Consiglio d’Europa che, dopo mesi di intenso studio e di audizioni di esperti internazionali, ha invitato con la risoluzione 2079 tutti gli Stati ad adeguarsi ai modelli dei Paesi più progrediti (Svezia, Danimarca, Belgio) e a promuovere affidamenti che prevedano tempi di permanenza più o meno uguali (compresi comunque nel range 35-65%) presso mamma e papà a partire dal compimento del primo anno  di età. Questo in base a ricerche che hanno documentato i benefici di un affido materialmente condiviso e dei danni di un affido nella sostanza monogenitoriale come è spesso ancora oggi in Italia.
Il diritto ad una autentica e concreta bigenitorialità non può rimanere una mera clausola di stile, ha una sua finalità fondamentale per una sana crescita della prole, che ha bisogno di avere accanto entrambi i genitori, nessuno dei quali  deve essere considerato di serie b.
Interessanti a tal proposito le Linee guida della sezione famiglia del Tribunale di Brindisi , che , collegandosi alla sopracitata risoluzione del Consiglio d’Europa, che ha invitato gli stati membri a garantire l’effettiva uguaglianza tra genitori nei confronti dei propri figli e promuovere la “shared residence”, definita  come quella forma di affidamento in cui la prole dopo la separazione dei loro genitori trascorre  tempi paritetici presso il padre e la madre, fanno rilevare che il “modello realmente bi genitoriale “ tutela il superiore interesse del minore e trova fondamento in oltre ottanta ricerche “ effettuate con metodo longitudinale analizzando centinaia di casi”. E si fa rilevare come tali studi abbiano evidenziato i danni che i minori patiscono per effetto di una  frequentazione di uno dei due genitori per un tempo inferiore ad un terzo del tempo totale , che, ad esempio si ha quando un genitore ha contatti con i propri figli solo a weekend alternati e per uno/due pomeriggi a settimana.  Queste linee guida riportano nelle loro premesse un interessante studio del gennaio 2017 svolto in Svezia da Emma Fransson, che dimostra che i figli di genitori separati allevati in regime paritetico non accusano disagi maggiori dei figli di genitori non separai, a differenza di quanti crescono in regime di affidamento esclusivo.
Inoltre il Tribunale di Brindisi sottolinea come il Report del novembre 2016 dell’Istituto Nazionale di  Statistica ,dopo aver analizzato in maniera dettagliata i questionari compilati da coppie separate nell’arco di tempo 2000/2015, abbia dichiarato che “al di là dell’assegnazione formale dell’affidamento condiviso che il giudice è tenuto ad effettuare in via prioritaria  , per tutti gli altri aspetti in cui si lascia discrezionalità ai giudici la legge non ha trovato  effettiva applicazione”.
E tutte queste importanti considerazioni hanno condotto diversi Tribunali ad attuare una più oculata e autentica applicazione dell’affidamento condiviso ed, in particolare quello di Brindisi raccomanda  dei principi generali a cui attenersi le coppie nella stesura degli accordi per  una separazione consensuale da omologare o per  una negoziazione assistita, al fine di tutelare il legittimo e concreto affidamento condiviso, nell’ottica che il minore ha diritto ed esigenza di vivere pienamente con entrambi i suoi genitori.
Ecco alcuni di questi principi di indirizzo:

  1. La residenza dei figli ha un valore prettamente anagrafico, non sussistendo nessuna differenza dal punto di vista giuridico tra genitore coresidente e l’altro; per gli stessi motivi la prole risulterà domiciliata presso entrambi i genitori;
  2. Non dovrà più esserci il genitore “accudente” ed il genitore “ludico” del tempo libero, ma la frequentazione genitori-figli  dovrà essere finalizzata alla partecipazione attiva  alla quotidianità dei figli, ai quali deve essere garantita  pari opportunità di frequentazione di entrambi i genitori. Il tutto non vorrà dire certamente spaccare al secondo i tempi di frequentazione del singolo genitore, ma significherà garantire alla prole una presenza equilibrata dei loro genitori nella loro vita quotidiana.
  3. Venendo a decadere la figura del genitore “collocatario”, l’assegnazione della casa coniugale rimarrà al suo proprietario e , nel caso in  cui sia in comproprietà tra i due coniugi,  chi rimarrà ad abitarci verserà all’altro  una quota corrispondente al 50% del valore della locazione  di un appartamento di caratteristiche simili ( oppure tale importo verrà decurtato dal mantenimento).
  4. Per il mantenimento della prole si privilegia quello diretto, mentre la corresponsione di un assegno deve rimanere una forma residuale di mantenimento, con valenza perequativa.
  5. Per quanto attiene alle spese straordinarie, rilevato ancora a tutt’oggi il contrasto esistente nella giurisprudenza tra tipologie che vi rientrino o meno, si reputa giusto assegnare di già le spese prevedibili per intero ad uno dei due genitori, in base al loro reddito, mentre le imprevedibili saranno divise tra i due genitori in  proporzione alle loro risorse economiche.

Le linee guida si soffermano anche sul tema dell’ascolto del minore e fanno rilevare giustamente la discrasia che sussiste tra l’art. 317 octies c.c., che subordina l’ascolto del minore alla valutazione aprioristica del giudice che deve stabilire se non sia manifestamente superflua, e l’art. 315 bis c.c. che invece attribuisce al minore il diritto all’ascolto tout court, senza alcun condizionamento. Ebbene per il Tribunale di Brindisi bisogna optare per la versione di quest’ultimo articolo e pertanto non negare l’ascolto quando viene richiesto.
Quello che colpisce di più di queste linee guida è la sensibilità e l’attenzione della Magistratura , da cui scaturisce  un importante salto di qualità : da un affidamento condiviso spesso solo meramente formale si passa ad un affidamento condiviso che cura soprattutto il suo  contenuto e il suo modus agendi  nella  sua sostanza ,  affinché si possa avere una quotidianità in cui sia garantita ai figli minori  la compartecipazione responsabile e continuativa alla loro vita di  entrambe le figure genitoriali, bandendo la figura del “genitore collocatario” che purtroppo molte volte cela una atipica forma di affido para-esclusivo.
La prole per la loro sana crescita e per una armoniosa formazione affettivo-relazionale hanno bisogno di entrambe le figure genitoriali e pertanto tutti gli operatori del diritto hanno il dovere di rendere concreto il diritto alla bigenitorialità dei minori.

La legge e la tutela antidiscriminazione dei disabili:

La legge 67 del 2006 è una legge di civiltà: sancisce infatti il diritto di chi vive una condizione di disabilità a non essere discriminato e prevede, altresì, che il Tribunale competente per territorio possa ordinare la cessazione di un atto o di un comportamento che lo discrimina. 
È fondamentale l’individuazione di ogni forma di discriminazione, che si ha quando una prassi, un provvedimento involontario o un comportamento in apparenza neutro mettono una persona disabile in una posizione di svantaggio rispetto agli altri. Con l’importante riferimento all’art. 3 della Costituzione, l’art.1 della normativa in esame intende garantire la “piena attuazione” della Legge 104/1992, al cui articolo 3 viene definito disabile “colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.
La legge distingue tra discriminazione diretta ed indiretta: si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in situazione analoga. Si ha invece discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono un soggetto con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto alle altre persone.
Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona portatrice di handicap, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.
Pertanto il disabile che ritiene di avere subito un atto discriminatorio sia dal privato che dalla pubblica amministrazione, può depositare il ricorso, anche personalmente, nella cancelleria del Tribunale civile in composizione monocratica e può chiedere oltre alla cessazione del comportamento discriminatorio anche il risarcimento del danno.
Il Tribunale, omettendo qualsiasi formalità, procede agli atti di istruzione che ritiene necessari al fine del provvedimento richiesto e decide con ordinanza di rigetto o di accoglimento. In quest’ultimo caso, l’ordinanza è immediatamente esecutiva e la sua mancata osservanza fa scattare il procedimento penale di cui all’art. 388 primo comma del codice penale.
Con il provvedimento che accoglie il ricorso il giudice, oltre a provvedere, se richiesto, al risarcimento del danno, anche non patrimoniale, ordina la cessazione del comportamento, della condotta o dell’atto discriminatorio, ove ancora sussistente, e adotta ogni altro provvedimento idoneo, secondo le circostanze, a rimuovere gli effetti della discriminazione, compresa l’adozione, entro il termine fissato nel provvedimento stesso, di un piano di rimozione delle discriminazioni accertate.
Il giudice può ordinare, altresì, la pubblicazione del provvedimento a spese del convenuto, per una sola volta, su un quotidiano a tiratura nazionale, ovvero su uno dei quotidiani a maggiore diffusione nel territorio interessato
Nei casi di urgenza, il Tribunale provvede con decreto motivato, assunte, ove occorre, sommarie informazioni. In tal caso fissa, con lo stesso decreto, l'udienza di comparizione delle parti davanti a sé entro un termine non superiore a quindici giorni, assegnando all'istante un termine non superiore a otto giorni per la notificazione del ricorso e del decreto. A tale udienza, il tribunale in composizione monocratica, con ordinanza, conferma, modifica o revoca i provvedimenti emanati con decreto.
Il Tribunale può non solo rimuovere le ragioni o gli atti della discriminazione, ma anche condannare il resistente al risarcimento del danno, inteso come danno non patrimoniale  nella sua  categoria più  ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore  attinente alla persona
Competente per territorio è sempre il Giudice del domicilio del ricorrente. Tale competenza è ritenuta inderogabile ex art. 28 c.p.c. e non può subire modifiche, neppure per ragioni di connessione.
Per quanto riguarda la rappresentanza processuale dei soggetti incapaci, valgono le regole comuni. Saranno legittimati i genitori dei disabili minorenni, i tutori e i curatori degli incapaci totali o parziali, nonché l’amministratore di sostegno, previa autorizzazione del Giudice Tutelare. Tali soggetti legittimati, in base alla previsione dell’art. 4 della Legge 67, possono, con atto pubblico o scrittura privata autenticata, delegare enti preposti e riconosciuti ad agire in loro vece.
C’è da rilevare che tale normativa è ed è stata fondamentale anche per la tutela del diritto allo studio degli alunni portatori di handicap contro eventuali discriminazioni.
Ed infatti sono stati attivati   numerosi ricorsi antidiscriminazione per la tutela di tale diritto a favore di minori disabili presso vari Tribunali, che hanno accolto le loro istanze.
In particolare si è trattato di alunni diversamente abili che, all’improvviso, si sono ritrovati   le ore di sostegno notevolmente diminuite rispetto all’anno precedente.
In tale modo questi studenti venivano defraudati della presenza fondamentale del docente di sostegno e privati pertanto di diritti fondamentali costituzionalmente garantiti, quali, oltre al diritto allo studio, quello all’ integrazione e alla parità di trattamento nei confronti  degli altri studenti. Ed infatti, in tali casi, la scelta dell’amministrazione  scolastica concretava  una illecita discriminazione  dei minori portatori di handicap, ex art. 3 della legge 104 del 1992,  che, in tal modo, avevano visto lesi i loro  diritti costituzionalmente  sanciti,  essendo stato violato in particolare l’art. 3 della nostra Costituzione , che prevede per tutti  parità di trattamento e la rimozione di quegli ostacoli che possono di fatto impedire  quella parità ed uguaglianza tra tutti i soggetti.
Pertanto, essendosi commessa una grave discriminazione ai danni di tali studenti si procedeva a promuovere ricorso antidiscriminazione ai sensi della legge 67 /2006, che prevede un assoluto divieto di discriminazioni in danno delle persone disabili onde favorirne il pieno godimento dei loro diritti.
Nel caso particolare si aveva una discriminazione indiretta, giacché la riduzione delle ore di sostegno in precedenza garantite non trovava nessuna corrispondente contrazione di didattica per gli alunni non svantaggiati: l’esercizio del diritto allo studio non era stato parimenti ridotto anche per tutti gli studenti normodotati, provocando così una grave discriminazione indiretta solo per gli studenti disabili.
Pertanto poiché la riduzione delle ore di sostegno agli alunni portatori di handicap aveva comportato una contrazione del loro diritto fondamentale all’istruzione, la scelta della pubblica amministrazione, finendo per incidere negativamente solo sulle situazioni giuridiche soggettive  dei disabili, concretava una discriminazione indiretta ai loro danni e doveva essere rimossa. I Tribunali hanno accolto tali richieste e hanno ordinato al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca la cessazione della condotta discriminatoria consistente nella riduzione delle ore di sostegno prestate in favore degli studenti disabili, condannandolo al loro ripristino, alle spese e , in alcuni casi, anche ad un risarcimento danni valutato in via equitativa.
Con l’ordinanza del 16 gennaio 2012 il Giudice del Tribunale di Cosenza, Dr.ssa Scotto Di Carlo accogliendo la richiesta dei genitori di un alunno disabile afferma “l’indubbia rilevanza costituzionale del diritto all’istruzione , che nei ragazzi con disabilità  può essere attuato soltanto  attraverso le misure d’integrazione e di sostegno che si rendono di volta in volta necessarie in considerazione delle specifiche problematiche “, evidenziando che “ la riduzione delle ore di sostegno risulta discriminatoria  anche in considerazione del fatto  che il diritto allo studio da parte degli altri studenti non risulta essere stato inciso in modo analogo”…” la documentata  consistente riduzione rispetto all’anno scolastico precedente  delle ore di sostegno prestate in favore della figlia  dei ricorrenti ha di fatto determinato una discriminazione ai danni della minore, incidendo su quelle misure d’integrazione  e di sostegno che ai sensi della legge n.104/92 e della legge n. 67/06sono indispensabili per consentirle di fruire pienamente del diritto all’istruzione al pari dei compagni di classe, anche in considerazione della gravità delle problematiche indicate nella documentazione prodotta”.
Successivamente si sono avuti diversi provvedimenti conformi al presente, indicatori di autentica tutela antidiscriminazioni e di affermazione del principio di parità.

Questa normativa deve essere sempre più diffusa e conosciuta, in quanto la sua applicazione è importante per la tutela dei diritti di chi non ha voce.

Torna alla pagina degli ultimi articoli